Lo «Stabilicum» del centrodestra, proporzionale con premio e l’ombra del ballottaggio: ecco la bozza per il 2027

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’hanno confezionata nella notte, tra una pizza e una birra, nella sede di via della Scrofa, come fosse il prodotto di una nottata elettorale piuttosto che il frutto di una mediazione politica destinata a disegnare il futuro Parlamento. Giovanni Donzelli, Roberto Calderoli, Andrea Paganella, Stefano Benigni, Alessandro Battilocchio e il leghista Colucci: sono questi i sei nomi, declamati ieri negli ambienti parlamentari con la stessa cadenza di una formazione calcistica, che hanno messo nero su bianco la proposta di legge elettorale del centrodestra, depositata contestualmente alla Camera e al Senato. Un testo che, nelle intenzioni della maggioranza, dovrebbe regolare il voto del 2027, spazzando via il Rosatellum per introdurre un sistema che i suoi stessi estensori hanno ribattezzato, con un termine destinato a far discutere, «Stabilicum».

Si tratta, nello schema di massima, di un impianto proporzionale corretto da un premio di governabilità, pensato per blindare la coalizione vincente. Chi supererà la soglia del 40% dei consensi – e qui si apre il primo nodo tecnico – si vedrà attribuire un bonus di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, un meccanismo che, spiegano i promotori, dovrebbe scattare in automatico per garantire la stabilità dell'esecutivo -1-5. Ma la vera novità, che sa di contorsionismo istituzionale, riguarda l’ipotesi di un ballottaggio, sebbene circoscritto a uno scenario residuale: qualora la prima e la seconda coalizione si collocassero entrambe nella forbice compresa tra il 35 e il 40 per cento, si andrebbe al secondo turno. Un pasticcio, lo definiscono già alcuni costituzionalisti, che rischierebbe di allungare i tempi e complicare la formazione del governo senza risolvere i problemi di rappresentanza.

Il nodo dei listini bloccati e la promessa tradita delle preferenze

Ad alimentare le perplessità, e non solo tra le opposizioni, è il sistema di elezione dei parlamentari. Nel testo non c’è traccia delle preferenze, un tema spinoso che per oltre un decennio ha visto Giorgia Meloni schierarsi in prima linea contro i listini bloccati, bollandoli come il regno dei raccomandati e dei nominati dalle segreterie di partito. Eppure, nell’accordo notturno, quella promessa è evaporata. La scelta è ricaduta su listini circoscrizionali bloccati, lunghi al massimo due o tre nomi per lista, nel tentativo di blindare la fedeltà degli eletti e, probabilmente, di evitare le guerre interne che le preferenze inevitabilmente scatenerebbero nelle file della coalizione -9-10. Il tutto, mentre la soglia di sbarramento viene confermata al 3% per le liste singole e al 10% per le coalizioni, in continuità con la legge vigente.

La vera partita, però, si gioca sui collegi. Il Rosatellum, con il suo 37% di seggi assegnati con l’uninominale, verrebbe demolito. Al suo posto, una rete più fitta di collegi plurinominali: Fratelli d’Italia spinge per portarli dagli attuali 49 a una quota tra 58 e 60 alla Camera, e da 26 a oltre trenta al Senato -1. Una modifica che, a detta degli analisti di YouTrend, avrebbe un impatto devastante sugli equilibri. La simulazione diffusa ieri, basata sulla supermedia dei sondaggi, assegna al centrodestra il 57% dei seggi, una maggioranza solida che con l’attuale legge, invece, rischierebbe di sfumare, regalando un Parlamento frammentato e un Senato ingovernabile -2-4.

L’indicazione del premier e i profili di costituzionalità

Altro capitolo, destinato ad alimentare polemiche e rilievi giuridici, è l’introduzione surrettizia del premierato. La bozza prevede l’obbligo per le coalizioni di indicare nel programma elettorale il nome del candidato alla presidenza del Consiglio, un nome che però non comparirà materialmente sulla scheda, ma sarà semplicemente inserito nel programma depositato. Una soluzione di compromesso, studiata per evitare gli scogli della riforma costituzionale, ma che rischia di generare un cortocircuito: l’elettore voterebbe il simbolo, sapendo che quel voto andrà a sostenere un esecutivo guidato da un nome predeterminato, ma senza la possibilità formale di esprimersi direttamente su di esso -1-5.

Sono proprio questi i punti su cui si concentrano i dubbi di legittimità. La Corte costituzionale, in passato, ha bocciato meccanismi premiali troppo ampi, come quello dell’Italicum, e ha sempre richiesto un equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il timore, paventato da più parti, è che il premio fisso di 70 seggi possa essere giudicato sproporzionato, così come l’architettura dei listini bloccati, se troppo corti, rischia di aggirare il principio di libertà di scelta dell’elettore sancito dai giudici delle leggi -9.

La reazione immediata del Partito Democratico

Dalle colonne dell’opposizione, la risposta è arrivata secca e senza appello. Elly Schlein, segretaria del Pd, ha bollato il testo come «irricevibile», sostenendo che il centrodestra stia cercando di distogliere l’attenzione dai veri problemi del Paese e dal referendum imminente, per blindare un potere che sente vacillare. Giuseppe Conte, dal canto suo, ha denunciato la fretta del governo, capace di trovare un’intesa sulla giustizia e sulla legge elettorale ma non sulle questioni sociali. La posizione del Pd, per ora, è di chiusura totale: «Non si cambiano le regole a pochi mesi dal voto e con l’unico scopo di mantenere una maggioranza che i sondaggi danno in bilico», è il refrain che riecheggia tra i banchi del Nazareno -3-8. Il fronte del centrosinistra, pur consapevole dei difetti del Rosatellum, non intende prestarsi a un gioco che definiscono di «trasformismo istituzionale».

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