Lucia Tognela morta sbranata in Valtellina: l’autopsia e le ipotesi sulle tracce di dna dei cinque dogo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono trascorsi poco più di due giorni dal ritrovamento del Corpo senza vita di Lucia Tognela, la 59enne di Bianzone rinvenuta giovedì pomeriggio nei boschi di Trivigno, a circa 1.800 metri sopra Tirano, eppure il quadro investigativo, sebbene articolato, presenta ancora numerosi interrogativi. È stato il proprietario dei cinque cani di razza Dogo argentino, quelli che ora figurano al centro delle indagini, a lanciare l’allarme: l’uomo, dopo aver notato uno dei suoi esemplari sporco di sangue, ha seguito il sentiero fino a imbattersi nella donna, chiamando i soccorsi per una “ferita da morsi”. Quando i sanitari sono arrivati sul posto, sollevati dall’elisoccorso vista l’impervietà dell’area a 1.800 metri di quota, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso: il volto era irriconoscibile, deformato da lesioni profonde e compatibili con l’attacco di animali di grossa taglia, ma al momento resta da stabilire se l’aggressione sia stata la causa primaria del decesso o se sia sopraggiunta in un secondo momento.

L’autopsia e i test genetici per ricostruire l’esatta dinamica

La Procura di Sondrio, in accordo con il pm Tatjana Ennemoser e il procuratore Piero Basilone che si sono recati sul luogo della tragedia già poche ore dopo il ritrovamento, ha disposto l’autopsia sul della vittima, affidata nelle prossime ore – verosimilmente tra martedì e mercoledì – al patologo Luca Tajana dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Pavia. L’esame, che si svolgerà all’obitorio dell’ospedale di Sondrio, dovrà chiarire un passaggio sostanziale: Lucia Tognela, che come rivelato da chi le era vicino soffriva di una fobia nei confronti dei cani, è morta a causa dello shock e dei morsi subiti durante l’aggressione o, in alternativa, ha avuto un malore naturale (un arresto cardiaco, ad esempio) e i cinque dogo, liberi di circolare su quel versante boschivo, ne hanno dilaniato il corpo solo dopo il decesso? A supporto dell’indagine, sono stati disposti anche i tamponi salivari e i test del dna sulle ferite, al fine di appurare con certezza matematica che i segni lasciati sulla carne della 59enne corrispondano esattamente ai cinque molossoidi attualmente custoditi nel canile consortile della Comunità Montana di Sondrio.

Le segnalazioni precedenti e la posizione del “Gaucho di Trivigno”

Sebbene la posizione del proprietario dei cani non sia ancora stata formalizzata, è considerata “una formalità” ormai imminente la sua iscrizione nel registro degli indagati, che per lui comporterebbe ipotesi di reato che vanno dall’omicidio colposo all’omessa custodia di animali. È emerso, infatti, che l’uomo – soprannominato in zona il “Gaucho di Trivigno” – da almeno tre anni viveva in quella frazione montana con i suoi animali (cani e cavalli) e che il suo comportamento era già stato oggetto di numerose segnalazioni alle autorità. I residenti e i proprietari di seconde case, alcuni dei quali avevano addirittura smesso di frequentare le loro abitazioni per timore, avevano più volte denunciato la sua abitudine di lasciare liberi i dogo, scatenando litigi e richiami da parte della polizia locale di Tirano. La gestione disinvolta di quei cani, considerando le loro caratteristiche fisiche e la selezione originaria per la caccia grossa, rappresentava secondo molti frequentatori di Trivigno una “tragedia annunciata”.

I cani affidati all’Ats e lo sviluppo degli accertamenti

In attesa dei riscontri autoptici, i cinque esemplari di Dogo argentino sono stati immediatamente sequestrati e affidati alle cure veterinarie dell’Ats (Agenzia di Tutela della Salute) della Montagna, che li ha presi in carico per evitare qualsiasi contaminazione delle prove. Le indagini, coordinate dai carabinieri di Tirano, procedono seguendo il filo logico della mancata custodia: se i test del dna daranno esito positivo – e cioè se confermeranno la corrispondenza tra i morsi e i cani sequestrati – e se l’autopsia dimostrerà che la donna era ancora in vita al momento degli attacchi, le conseguenze penali per il proprietario saranno inevitabili. Al momento, non resta che attendere i risultati di laboratorio per sapere se si sia trattato di un feroce assalto a una donna viva o di un orribile oltraggio su un già esanime, anche se in entrambi gli scenari la responsabilità civile e penale per la mancata protezione degli animali resta al centro del vaglio degli inquirenti.

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