Primo sì dei funzionari Ue al prestito a Kiev. Oggi la ratifica finale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il meccanismo degli aiuti comunitari a Kiev ha superato ieri il primo scoglio decisivo, aprendosi a una svolta che molti, fino a poche settimane fa, davano per procrastinabile all’infinito. Gli ambasciatori dei Paesi membri dell’Unione europea, riuniti in sede di Coreper – il comitato che riunisce i rappresentanti permanenti dei Ventisette – hanno votato a favore della modifica al Quadro finanziario pluriennale (Qfp), un passaggio tecnico ma politicamente esplosivo, necessario per sbloccare il prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina. La votazione, stando a quanto riferiscono fonti diplomatiche al termine della riunione tenutasi a Cipro, si è svolta senza discussione: un silenzio che grida più di molte parole, e che certifica l’avvenuto scongelamento di una partita rimasta ferma per mesi.

Il peso della sconfitta di Orbán e la nuova geometria europea

Quello di ieri è il primo effetto tangibile della débâcle elettorale subita dal premier ungherese Viktor Orbán, il cui partito ha visto ridimensionata la propria capacità di veto. Budapest, che aveva ripetutamente opposto resistenza a qualsiasi forma di sostegno finanziario diretto a Kiev, si è dovuta mettere di lato: una resa imposta più dagli elettori del suo stesso Paese che dalla pressione diplomatica degli altri capi di governo. L’ambasciatore ungherese – insieme al collega slovacco – ha infatti dato il proprio via libera all’avvio della procedura scritta per l’approvazione definitiva del prestito, prevista per oggi. Una volta ratificata, la decisione renderà operativi i fondi senza ulteriori intoppi, almeno sulla carta.

L’oleodotto Druzhba riprende a scorrere e si sblocca il doppio binario

Il segnale più concreto dell’avvenuta distensione è arrivato verso l’ora di pranzo, quando il petrolio russo ha ripreso a scorrere nei tubi dell’oleodotto Druzhba. Una fonte del settore energetico ucraino ha confermato all’Afp che il transito è stato riavviato alle 12:35 (le 11:35 in Italia), dopo il completamento delle riparazioni rese necessarie da un precedente attacco russo che aveva danneggiato l’infrastruttura. Questa ripresa non è un dettaglio tecnico: l’Ucraina spera proprio che la decisione di rimettersi a pompare greggio verso Ungheria e Slovacchia rimuova l’ultimo ostacolo politico al prestito multimiliardario, che Orbán aveva finora utilizzato come leva per bloccare qualsiasi iniziativa a sostegno di Kiev. E parallelamente, gli stessi ambasciatori hanno dato il via libera anche al ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, rimasto impantanato per due mesi dalle resistenze ungheresi.

Un doppio segnale senza precedenti in giornata

La giornata di ieri ha dunque prodotto un doppio risultato: da un lato il prestito da 90 miliardi, dall’altro nuove misure restrittive nei confronti del Cremlino. Il presidente ucraino Zelensky ha definito lo sblocco del prestito «un segnale giusto», sottolineando come la continuità degli aiuti europei rappresenti una variabile strategica in una fase in cui il conflitto entra in una dimensione sempre più logorante. Resta inteso che la ratifica finale – prevista per oggi – trasformerà il via libera condizionato degli ambasciatori in una decisione operativa, senza ulteriori passaggi in sede di Consiglio europeo. L’oleodotto intanto scorre, i fondi si sbloccano, e l’asse che per mesi aveva tenuto in ostaggio la politica estera comunitaria mostra finalmente i primi cedimenti strutturali.

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