Il Consiglio europeo a 25 sull’Ucraina, Orbán e Fico tengono in ostaggio i 90 miliardi per il prestito a Kiev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesimo braccio di ferro, consumatosi nelle stanze del Consiglio europeo a Bruxelles, ha messo in luce la fragilità di un meccanismo decisionale che siinceppa davanti all’ostruzionismo di due soli Stati membri. Al termine di un dibattito protrattosi per circa novanta minuti, descritto da più parti come particolarmente acceso e concitato, i leader dell’Unione non sono riusciti a scalfire la posizione del premier ungherese Viktor Orbán e del suo omologo slovacco Robert Fico, i quali hanno mantenuto il veto sul prestito da 90 miliardi di euro destinato a sostenere il bilancio statale ucraino per il biennio in corso e per il prossimo. Una situazione di stallo che ha costretto la presidenza a un escamotage ormai consueto, quello di approvare le conclusioni relative al sostegno finanziario a Kiev con la sola firma di 25 Paesi su 27, ripetendo di fatto la scelta già adottata lo scorso dicembre. Il nodo della discordia, va detto, non è più nemmeno la volontà politica di sostenere lo sforzo bellico e amministrativo di Kiev, ma una questione tecnica che Orbán e Fico hanno trasformato in una clava negoziale: la riparazione dell’oleodotto Druzhba, infrastruttura attraverso cui transita il petrolio russo diretto alle raffinerie dei due paesi centroeuropei e che le autorità ucraine non hanno ancora rimesso in funzione dopo i danneggiamenti subiti nei mesi scorsi.

A rendere la situazione ancor più paradossale, per certi versi, è la cronologia degli eventi: la decisione di erogare il prestito era stata presa all’unanimità solo pochi mesi fa e, sul piano tecnico, l’Ue aveva già offerto all’Ucraina supporto finanziario e competenze ingegneristiche per ripristinare il tratto danneggiato dell’oleodotto. Una proposta che, stando a quanto dichiarato congiuntamente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, Kiev avrebbe accolto con favore, accettando la mediazione europea. Budapest e Bratislava, tuttavia, non hanno ritenuto sufficienti questi passi avanti, insistendo nel loro ostruzionismo anche sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca, che giace in un limbo paralizzato dallo stesso veto. La sensazione, palpabile tra i diplomatici, è che la motivazione del rifornimento energetico sia solo una parte della verità e che la mappa delle prossime elezioni ungheresi, fissate per il mese di aprile, abbia un peso determinante nella strategia di Orbán, il quale utilizza la contrapposizione con Bruxelles e la difesa degli interessi nazionali in materia di energia come un potente cavallo di battaglia nella campagna per la riconferma.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, collegato in videoconferenza con i leader riuniti, ha cercato di scuotere le coscienze ricordando che senza quei novanta miliardi, fondamentali per garantire i servizi essenziali e la tenuta sociale del paese, l’Ucraina rischia di rimanere senza liquidità nel giro di poche settimane. Un appello accorato, il suo, nel quale ha sottolineato come l’incertezza sullo sblocco di queste risorse rappresenti ormai un’emergenza nazionale, una risorsa necessaria per proteggere vite umane, oltre che per mantenere in piedi l’economia in un contesto di guerra. Al netto delle dichiarazioni di circostanza contenute nel documento finale approvato a 25, dove si ribadisce il sostegno incrollabile all’integrità territoriale ucraina e si elogia la resilienza della sua popolazione, il fatto concreto è che la modifica del bilancio pluriennale necessaria per l’erogazione del prestito rimane subordinata al via libera di tutti i membri. Un paradosso istituzionale, questo, che vede l’Unione incapace di tradurre in atti concreti una volontà politica espressa dalla stragrande maggioranza dei suoi componenti.

Il nodo dell’oleodotto Druzhba e lo spettro delle urne ungheresi

Al centro della disputa tecnica c’è il tratto dell’oleodotto Druzhba che attraversa il territorio ucraino, la cui interruzione è vista da Ungheria e Slovacchia come un atto ostile finalizzato a penalizzare le loro economie. Di fatto, Orbán e Fico subordinano il loro assenso agli aiuti militari ed economici alla risoluzione di un problema energetico che, a loro dire, Kiev avrebbe il potere di risolvere in tempi brevi. Una posizione che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, intervenendo al suo arrivo a Bruxelles, ha definito lesiva del principio di leale cooperazione che dovrebbe invece guidare i rapporti tra i soci dell’Unione. Dall’altra parte, l’Ucraina sostiene che i danni all’infrastruttura richiedano tempi tecnici per la riparazione e che la richiesta di riattivare il flusso di greggio russo, in piena guerra, abbia anche implicazioni morali e strategiche di non poco conto. La mediazione europea, che pure aveva fatto registrare un’apertura formale da parte di Zelensky, si è infranta contro la volontà dei due premier di non cedere di un millimetro, quantomeno fino a quando non avranno ottenuto garanzie tangibili e immediatamente operative sul fronte petrolifero.

Un prestito vitale che rischia di restare sulla carta

La paradossale conseguenza di questo braccio di ferro è che l’Unione europea, nonostante abbia i numeri e la volontà politica per procedere, si ritrova con le mani legate da un cavillo procedurale. La modifica del regolamento sul quadro finanziario pluriennale, che consentirebbe alla Commissione di contrarre prestiti per conto dell’Ucraina sfruttando i margini di manovra del bilancio comune, esige l’unanimità. Un’unanimità che, con Ungheria e Slovacchia in trincea, è al momento irraggiungibile. I tecnici di Bruxelles, pur avendo studiato possibili piani alternativi per aggirare lo scoglio, come lasciato intendere dall’alto rappresentante Kaja Kallas, non hanno ancora messo a punto una strategia efficace che non passi per il voto favorevole di Budapest e Bratislava. Nel frattempo, il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia resta congelato, e l’Ucraina continua a guardare con apprensione al proprio conto corrente statale, consapevole che il tempo per evitare il default tecnico si sta facendo sempre più stretto.

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