Israele colpisce Hamas a Doha e Netanyahu avverte: "Finita l'immunità per i terroristi"
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Redazione Esteri
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L’offensiva israeliana, scatenata in risposta all’attacco di Hamas su Gerusalemme, ha ormai varcato i confini della Striscia di Gaza per approdare in uno dei teatri più insoliti e delicati di questo conflitto: Doha. I raid dell’Idf, definiti "mirati" dal ministro della Difesa Israel Katz, hanno preso di mira i leader del movimento islamista rifugiati in Qatar, nazione che, non a caso, è stata sino ad ora uno dei principali negoziatori, insieme all’Egitto, tra il governo di Benjamin Netanyahu e Hamas. Un attacco che, al di là delle immediate conseguenze operative, appare come un calcolato messaggio politico di forza e di rottura, il quale rischia di azzerare ogni fragile speranza di dialogo per un cessate il fuoco e, soprattutto, per la liberazione degli ostaggi ancora detenuti a Gaza.
La gravità dell’azione militare è stata immediatamente sottolineata dalla ferma reazione del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale non ha esitato a definirla una "flagrante violazione della sovranità" del Qatar. Una condanna che riflette il malessere della diplomazia internazionale di fronte a una mossa che destabilizza ulteriormente un quadro già estremamente complesso, spingendo il conflitto mediorientale verso una strada inesplorata e potenzialmente ancor più pericolosa. Le autorità qatarine hanno a loro volta denunciato l’accaduto come una palese violazione del diritto internazionale, trovandosi nella posizione inedita di paese mediatore divenuto esso stesso scenario di guerra.
La giustificazione strategica di Israele è emersa con chiarezza dalle parole del premier Netanyahu, pronunciate in occasione di un evento per la Giornata dell’indipendenza americana. "Sono finiti i giorni in cui i leader terroristi godevano dell'immunità ovunque", ha dichiarato il leader israeliano, aggiungendo che "il sangue ebraico non è a buon mercato" dalla fondazione dello Stato. Un monito che, se da un lato riecheggia la retorica della sicurezza nazionale israeliana, dall’altro delinea una dottrina militare sempre più aggressiva e senza confini, che non risparmia nemmeno le capitali di stati sovrani considerati fino a ieri interlocutori necessari.




