Il ritorno a casa degli italiani bloccati in India, un’odissea tra voli cancellati e scali fantasma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’emergenza determinata dalla chiusura degli spazi aerei mediorientali, conseguenza diretta delle operazioni militari statunitensi e israeliane in Iran e delle successive rappresaglie, si riverbera ancora sulla sorte di decine di cittadini italiani rimasti intrappolati in India. Il conflitto, riesploso negli ultimi giorni del mese di febbraio con i raid dell’operazione “Epic Fury” – che hanno preso di mira siti governativi e infrastrutture sensibili della Repubblica islamica – ha infatti imposto a vettori internazionali come Emirates, Qatar Airways e Air India la sospensione immediata di tutte le tratte verso il Golfo Persico, trasformando di fatto gli aeroporti del subcontinente in enormi trappole per turisti in attesa di un imbarco che tarda ad arrivare.

Tra questi viaggiatori, la cui vacanza si è improvvisamente tramutata in un estenuante tira e molla con la burocrazia delle compagnie e l’incertezza geopolitica, ci sono Luciano Bergamaschi, vice presidente delle Acli di Crema, e sua moglie Luigina. Partiti la scorsa settimana per una vacanza organizzata con la Gerundo tour, la comitiva di 19 persone si è vista sfumare il rientro sotto gli occhi, dopo aver appreso che il volo che li avrebbe dovuti ricondurre in Italia attraverso uno scalo negli Emirati Arabi era stato semplicemente cancellato. “Sono venuto in India per il mio compleanno”, ha raccontato l’uomo, sintetizzando lo smarrimento di chi si è trovato prigioniero di una crisi esplosa a migliaia di chilometri di distanza, ma i cui effetti hanno paralizzato il traffico aereo su mezza Asia.

Una situazione analoga, seppur con motivazioni familiari diverse, angustia Parmdip Sokhal, 33enne originario di Soncino ma residente in terra bergamasca, e sua moglie Shivani. La coppia, che aveva varcato i confini indiani poco più di un mese fa per celebrare le proprie nozze con i parenti dello sposo, avrebbe dovuto riabbracciare l’Italia sabato 28 febbraio, proprio nelle ore in cui i primi missili iraniani raggiungevano obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Il loro volo di rientro, operato da Emirates con scalo a Dubai, è stato annullato, e ogni tentativo di reperire una soluzione alternativa si scontra con la sospensione generalizzata della tratta, lasciando i due sposi in un limbo fatto di attese e speranze, con i giorni di ferie che intanto scorrono inesorabili.

La guerra, che da lontana sembrava quasi un telegiornale, si è materializzata nei racconti di chi quella via di fuga l’ha vista preclusa proprio mentre i cieli si riempivano di droni e velivoli militari. Un gruppo di quattro professioniste modenesi, tutte dipendenti dell’Ausl e partite per una vacanza, ha inviato un accorato appello via mail per descrivere l’incubo cominciato il 5 marzo. Francesca Vacca, una di loro, ha spiegato come l’odissea abbia avuto inizio con la continua riprogrammazione e il successivo annullamento del collegamento Delhi-Milano via Abu Dhabi, uno stillicidio di false partenze che logora i nervi e prosciuga le risorse economiche. Per loro, come per molti altri, l’ambasciata e i canali istituzionali paiono al momento l’unica ancora, nonostante le difficoltà di comunicazione. E se c’è chi attende notizie, c’è chi cerca rotte alternative, magari più tortuose e impervie, come Francesca Sara Seghezzi, volontaria bresciana di 47 anni di Pontoglio. La donna, vicepresidente dell’associazione onlus Nevè Shalom, partita per un impegno di solidarietà che doveva concludersi il 2 marzo, sta ora vagliando l’ipotesi di un rientro attraverso la via della seta, passando per la Cina, unica strada percorribile per aggirare il blocco dello spazio aereo mediorientale, in assenza di risposte concrete da parte dell’ambasciata a Mumbai.

La Task Force della Farnesina e il nodo dei rientri da una regione in fiamme

Mentre i singoli connazionali si destreggiano tra appelli via mail e contatti con le compagnie, la macchina della Farnesina si è attivata per gestire quella che il ministro Antonio Tajani ha definito un’emergenza non ancora conclusa ma in via di definizione. La task force dell’Unità di crisi, istituita all’indomani dell’escalation, sta lavorando senza sosta per facilitare il rientro degli italiani sparsi in India, Maldive, Sri Lanka e nei Paesi del Golfo. Si contano ormai circa 25mila i connazionali rientrati dalle aree coinvolte, ma il flusso è ancora in divenire: voli charter e di linea stanno atterrando a Fiumicino provenienti da scali come Malé e Colombo, mentre in Oman è stata dispiegata una squadra di diplomatici, carabinieri e finanzieri per presidiare l’aeroporto di Mascate, diventato uno degli snodi cruciali per il passaggio via terra di chi fugge dagli Emirati. La presenza delle forze dell’ordine, ha spiegato il ministro, serve anche a prevenire possibili tentativi di frode e bagarinaggio sui biglietti, un rischio concreto quando la paura e la necessità di tornare a casa spingono le persone a pagare cifre esorbitanti.

Le voci degli sfollati e la paura dei cieli chiusi

Dall’altra parte del mondo, a migliaia di chilometri di distanza, c’è chi la tensione la vive sulla propria pelle, assistendo a scenari che nulla hanno a che vedere con una vacanza. Una coppia di fidanzati fiorentini, Claudia Gaeta e Lorenzo Santolini, si è trovata bloccata a Doha dopo che il volo di ritorno dall’India ha effettuato uno scalo tecnico dal quale non è più ripartito. Sistemati in un albergo a cinque stelle nella zona dei Mondiali del 2022, hanno raccontato di aver sentito forti esplosioni e visto droni in volo durante la notte, con i vetri della stanza tremanti per la vicinanza dei bombardamenti a una base militare. La loro storia, simile a quella di centinaia di altri turisti, descrive la drammaticità di un conflitto che si combatte in aria e che lascia chi è in transito in una condizione di pericolo oggettivo, senza riparo e senza informazioni certe su quando e come poter finalmente ripartire.

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