L’odissea dei turisti italiani bloccati in Asia tra voli cancellati e scali fantasma

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’eco dei raid oltre il Golfo Persico ha raggiunto, e di fatto paralizzato, migliaia di connazionali in vacanza o in transito in Asia, in un effetto domino che dagli attacchi all’Iran di Israele e Stati Uniti si è propagato fino ai paradisi tropicali dell’Oceano Indiano. Se è vero che la diplomazia, per bocca del ministro Antonio Tajani, parla di task force operative e di voli charter in allestimento, la realtà vissuta sulla propria pelle da chi è rimasto intrappolato lontano da casa è fatta di scali improvvisati, prenotazioni saltate e una crescente sensazione di smarrimento. L’arrivo ieri sera all’aeroporto di Fiumicino di un volo Neos ha riportato in Italia un primo gruppo di viaggiatori reduci da un’autentica prova di resistenza: alcuni di loro, partiti giorni prima dall’Asia meridionale, hanno dovuto letteralmente rincorrere un volo utile, costruendosi una rotta di fortuna tra tre diversi aeroporti – Nuova Delhi, Colombo e infine un passaggio dalle Maldive – pur di vedere la pista di casa. “Pensavo di fare la fine di Ulisse”, ha scherzato uno dei passeggeri appena messo piede a terra, ma con il sollievo di chi ha chiuso alle spalle un’odissea durata giorni, fatta di attese snervanti e continue riprogrammazioni.

E mentre alcuni ce l’hanno fatta, altri restano sospesi in una sorta di limbo geografico e burocratico. Alle Maldive, ad esempio, la situazione si è trasformata in una trappola dorata per circa tremila italiani, secondo le stime della Farnesina, che si ritrovano “prigionieri di lusso” in atolli da cartolina senza però la certezza di quando potranno riabbracciare i propri cari. Il viaggio di nozze di Giuseppe e Mariateresa, una coppia di Ferno in provincia di Varese, ne è l’emblema più lampante: partiti il 17 febbraio per quello che doveva essere il viaggio più bello della vita, con un itinerario tra lo Sri Lanka e l’arcipelago delle Maldive, si sono visti cancellare il volo di ritorno del 2 marzo, quello che da Malé, attraverso Doha, li avrebbe riportati a Milano Malpensa. La guerra, con la chiusura dello spazio aereo sul Medio Oriente, ha spezzato il sogno e trasformato una celebrazione in un angosciante stillicidio fatto di telefonate e appelli. Nella stessa condizione, e con un’ansia che cresce di ora in ora, si trovano Riccardo Agostini e sua moglie, partiti da Pistoia il 27 febbraio: il giorno previsto per il ritorno è già passato e la coppia è ora costretta a cercarsi un nuovo alloggio a Malé, nell’attesa che si materializzi una rotta di fuga verso l’Italia.

Il problema, per molti, è strutturale e si chiama scalo in Medio Oriente. La stragrande maggioranza dei voli di rientro dall’Asia e dall’Oceano Indiano, infatti, utilizza hub come Dubai, Doha o Abu Dhabi, i cui cieli sono diventati off-limits o fortemente a rischio a causa delle ostilità. Lo racconta con lucidità l’avvocato Federica Ciardelli, presidente di una onlus, bloccata su un atollo delle Maldive con la propria famiglia mentre celebrava un anniversario importante e visitava, tra l’altro, l’ospedale e la scuola locale. La sua traversia, come quella di molti, è legata al volo che prevedeva uno scalo all’aeroporto del Bahrein, finito nel mirino delle chiusure. Il governo, attraverso l’Unità di Crisi, ha assicurato l’invio di una task force con funzionari della Farnesina, carabinieri e finanzieri all’aeroporto di Mascate, in Oman, e al confine con gli Emirati, proprio per facilitare il passaggio via terra di chi cerca un aeroporto ancora aperto e per prevenire, come ha messo in guardia Tajani, “qualche tentativo di frode” ai danni dei viaggiatori in difficoltà. Una misura che sottolinea quanto il caos stia creando terreno fertile anche per il bagarinaggio e le speculazioni.

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