Il verdetto di Cecchetto su Sal da Vinci e quella Napoli "diversamente italiana"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C'è un passaggio, nelle dichiarazioni rilasciate da Claudio Cecchetto a La Confessione di Peter Gomez in onda su Rai 3, che forse merita una riflessione più profonda di quanto non lasci intendere la semplice constatazione sulla vivacità della musica napoletana. Il disc jockey e talent scout, commentando la vittoria di Sal da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con il brano "Per sempre sì", ha definito "esagerate" le polemiche seguite al trionfo dell'artista, aggiungendo poi una notazione che suona quasi come una resa: la musica partenopea oggi è la più viva, ha detto, "anche se non è il mio genere". Una precisazione, quest'ultima, che forse rivela più di quanto si proponga di nascondere, ovvero la distanza che ancora separa certi circuiti musicali da una tradizione che, evidentemente, viene percepita come "altra" nonostante il successo mainstream. E viene da chiedersi, allora, se il consenso di pubblico e critica – che ha portato Sal da Vinci a vincere la 76esima edizione della kermesse con una canzone d'amore che parla di un re e di una regina in abito bianco – sia stato davvero in grado di scalfire certi pregiudizi o se, piuttosto, non abbia semplicemente imposto una narrazione che si sforza di incasellare il fenomeno in un'esotica e rassicurante nicchia folkloristica.

Il paradosso di una vittoria e il peso delle etichette

La vittoria di Sal da Vinci, all'anagrafe Salvatore Michael Sorrentino, è interessante proprio per la complessità identitaria che porta con sé e che i media, nella loro istintiva ricerca di sintesi, tendono a semplificare fino a stravolgerla. Nato a New York nel 1969, durante una tournée del padre Mario Da Vinci, celebre interprete della sceneggiata napoletana, l'artista possiede anche la cittadinanza statunitense; cresciuto a Mergellina, vanta una carriera quarantennale che spazia dal cinema (si ricordi la parte con Carlo Verdone e Alberto Sordi in Troppo forte) al teatro musicale, con esperienze significative come la vittoria del Festival Italiano di Musica su Canale 5 nel 1994 con "Vera", brano che divenne un successo in Sud America. Eppure, nel racconto seguito al Festival, la sua identità viene costantemente ricondotta a una dimensione regionale, quasi che "napoletano" fosse un attributo prevalente rispetto a "italiano" o "statunitense". Un trattamento, questo, che stride se paragonato a quello riservato ad altri artisti in gara: il secondo classificato Sayf, genovese classe 1999 da padre italiano e madre tunisina, viene invariabilmente definito "italiano" senza che l'attenzione si soffermi sulla sua origine ligure come tratto distintivo assorbente. Allo stesso modo, Ditonellapiaga, pseudonimo di Margherita Carducci, pur essendo romana, non viene presentata come "artista laziale", ma semplicemente come cantautrice italiana. Questa asimmetria lessicale – il "diversamente italiano" che sembra applicarsi a Sal da Vinci – è il sintomo di uno sguardo che fatica a normalizzare la produzione culturale partenopea, costringendola in una cornice di tipicità che, per quanto celebrata, rimane periferica rispetto a un presunto canone nazionale.

Il racconto dei fatti e il peso di una tradizione

Al di là delle dispute semantiche, i fatti parlano di una affermazione netta, seppur di misura. La classifica finale della Superfinale ha visto Sal da Vinci prevalere con il 22,2% dei voti complessivi, contro il 21,9% di Sayf, ribaltando il risultato del televoto che vedeva il giovane genovese in vantaggio con il 26,4% contro il 23,6%. Un sorpasso determinato dal peso della Giuria della Sala Stampa e di quella delle Radio, a testimoniare come il brano "Per sempre sì" – che parla di un re innamorato e del "più grande giorno" di una sposa – abbia saputo conquistare non solo il pubblico da casa ma anche gli addetti ai lavori. Si tratta di una canzone d'amore classica, certo, che parla di realizzazione personale attraverso l'unione con l'altro, un tema universale che ha poco a che fare con stereotipi folklorici. Eppure, la narrazione post-Festival sembra essersi concentrata più sulla provenienza geografica dell'interprete che sulle qualità intrinseche del pezzo o sulla sua capacità di parlare a un pubblico ampio. Il terzo posto di Ditonellapiaga con "Che fastidio!" e la presenza in top five di artisti come Arisa e il duo Fedez-Masini confermano del resto la varietà di un'edizione che ha premiato un cantante navigato, capace di portare all'Ariston non solo una voce ma un'intera storia musicale alle spalle.

La costruzione mediatica di un'identità complessa

La carriera di Sal da Vinci è costellata di collaborazioni e riconoscimenti che ne attestano la versatilità: dalla partecipazione al musical C'era una volta... Scugnizzi di Claudio Mattone, che gli valse l'Oscar del Teatro nel 2003, ai duetti con Renato Zero nel brano "Singoli", fino al recente fenomeno virale di "Rossetto e caffè", che nel 2024 ha totalizzato oltre 120 milioni di streaming. Eppure, sembra che per una certa critica continui a prevalere una lettura che lo incasella come interprete "napoletano" piuttosto che come artista italiano tout court. È un meccanismo sottile, che emerge nel confronto con altri cantanti: se Sayf, con le sue influenze arabe e la sua capacità di mescolare rap e cantautorato, viene celebrato per la sua modernità e la sua capacità di rappresentare un'Italia meticcia, Sal da Vinci viene spesso ricondotto a una tradizione percepita come statica, quasi museale. E questo nonostante la sua musica abbia saputo evolversi nel tempo, inrando sonorità pop e synth, e nonostante la sua stessa biografia – newyorkese di nascita, napoletano di adozione, cittadino americano – racconti una mobilità e una complessità che sarebbero perfettamente in linea con l'idea di un'Italia contemporanea e aperta.

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