Il presidente del Consiglio europeo Costa: “La revoca delle sanzioni sul petrolio russo incide sulla nostra sicurezza”
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Redazione Esteri
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La decisione assunta dall’amministrazione Trump, una mossa unilaterale che consente per trenta giorni l’acquisto di greggio russo già imbarcato e in navigazione, ha immediatamente sollevato un coro di critiche e profonde preoccupazioni oltreoceano, in particolare all’interno delle istituzioni europee. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, non ha usato mezzi termini nel definire l’iniziativa statunitense, comunicata ieri dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, come un atto “molto preoccupante”, sottolineando come tale provvedimento vada a incidere direttamente sugli equilibri e sulla sicurezza del continente europeo. L’alta rappresentanza dell’Unione, in un messaggio diffuso tramite i propri canali social, ha ribadito con forza come l’indebolimento del regime sanzionatorio, un cardine della strategia occidentale dall’invasione su vasta scala del 2022, rischi di fornire alla Russia maggiori risorse finanziarie, e quindi nuova linfa per proseguire la sua “guerra di aggressione” contro l’Ucraina.
Una tregua energetica di trenta giorni tra crisi mediorientali e mercati instabili
La deroga concessa da Washington, che resterà in vigore fino all’11 aprile, riguarda in particolare il petrolio greggio e i prodotti raffinati di origine russa che risultavano già caricati su navi cisterna entro la data del 12 marzo, di fatto svincolando dalle misure restrittive circa cento milioni di barili. Una quantità, questa, che secondo le stime fornite dall’inviato presidenziale russo per il Commercio, Kirill Dmitriev, equivarrebbe quasi a un intero giorno di produzione mondiale, un dato che da solo chiarisce la portata non trascurabile dell’intervento. La motivazione ufficiale addotta dall’amministrazione americana, e in particolare dal Segretario Bessent, risiede nell’urgente necessità di immettere liquidità e offrire un sollievo a mercati energetici globali messi a dura prova dalle conseguenze del conflitto in Medio Oriente, in particolare dall’escalation che vede coinvolti Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, con il conseguente blocco, o la drastica riduzione del traffico, nello Stretto di Hormuz.
Il nodo cruciale dello Stretto di Hormuz e la corsa del greggio
Proprio la situazione in Medioriente, con le accresciute tensioni e i timori per una chiusura prolungata di quello stretto, uno dei più importanti colli di bottiglia per il trasporto marittimo del petrolio a livello globale, sta tenendo sotto pressione i listini. L’effetto congiunto della crisi e della conseguente decisione americana, per quanto contraddittorio possa sembrare, ha continuato a spingere al rialzo le quotazioni del greggio: il Brent, il principale benchmark europeo, ha visto un incremento dell’1,9%, arrivando a lambire quota 103 dollari al barile, mentre il greggio leggero americano, il Wti, è cresciuto dell’1,7% attestandosi attorno ai 97,4 dollari. Parallelamente, anche il mercato del gas ha registrato un deciso rialzo, con i contratti futures sul Ttf, il punto di riferimento per il mercato olandese, in aumento dell’1,4% e scambiati intorno a 51,5 euro al megawattora, sintomo di una volatilità che non accenna a placarsi.
La posizione russa e il pressing per un allentamento più esteso
Da Mosca, dove ovviamente la decisione di Washington è stata accolta con favore, filtra intanto la richiesta di un passo ulteriore. Il Cremlino, per bocca dei suoi rappresentanti, ha infatti sollecitato l’amministrazione Trump a considerare una revoca ben più ampia e strutturale delle restrizioni che gravano sulle esportazioni di idrocarburi russi. L’obiettivo dichiarato, in questo caso, sarebbe quello di contribuire in maniera più incisiva alla stabilizzazione di mercati globali dell’energia che appaiono quantomai fragili e sconvolti, come si diceva, dal conflitto in corso in Medio Oriente e dalle sue potenziali ricadute sulle rotte commerciali. Una richiesta, quella russa, che giunge in un momento in cui il dibattito sull’efficacia e la tenuta del fronte sanzionatorio occidentale torna prepotentemente alla ribalta, evidenziando tutte le difficoltà di mantenere una linea comune quando gli interessi energetici nazionali e la stabilità economica interna entrano in gioco.




