Il crollo del cacao sui mercati, un tonfo del 75% che non ha alleggerito il conto del consumatore
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Redazione Economia
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Può un bene perdere i tre quarti del proprio valore in borsa e, ciononostante, rimanere inaccessibile per chi lo acquista al dettaglio? È l’apparente paradosso in cui si dibatte il mercato del cacao, la cui materia prima ha subìto un tracollo verticale negli ultimi mesi, passando dai fatidici 12.000 dollari a tonnellata dell’aprile 2024 – un record storico che aveva fatto temere l’estinzione del cioccolato economicamente accessibile – agli attuali 3.000 dollari, un livello che non si vedeva dalla primavera del 2023 -1. Un’inversione di tendenza talmente rapida, e ci riferiamo a un meno 25 per cento in un solo mese, da configurare una delle correzioni più violente nella storia moderna di questa commodity, eppure gli scaffali della grande distribuzione non sembrano averne risentito.
Le ragioni di questo crollo, che ha assunto i contorni di una vera e propria slavina finanziaria, vanno ricercate in un repentino riequilibrio delle forze di mercato. Ai timori di una cronica scarsità, che avevano scatenato la corsa all’oro marrone, si sono sostituite, nel corso degli ultimi dodici mesi, prospettive di abbondanza. L’offerta, come sempre accade quando i prezzi toccano vette speculativi, è stata stimolata a tal punto che le previsioni per la campagna 2025/26 parlano di un significativo surplus globale, con stime che per alcune analisi potrebbero attestarsi intorno alle 200.000 tonnellate o addirittura oltre -1. A favorire questo cambiamento di scenario è stato soprattutto un miglioramento delle condizioni climatiche in Africa Occidentale, e in particolare in Costa d’Avorio e Ghana, da cui proviene la stragrande maggioranza del raccolto mondiale: piogge più regolari e un clima più favorevole hanno fatto il paio con una domanda, quella dell’industria di trasformazione, in netto rallentamento -5.
La tenuta dei prezzi al dettaglio e la riluttanza dei compratori
Ma se i futures sul cacao trattato all’Intercontinental Exchange (ICE) sono sprofondati, come si spiega la resistenza dei listini dei prodotti finiti? La dinamica, in realtà, è meno misteriosa di quanto appaia, e affonda le radici nelle strategie di acquisto dei grandi cioccolatieri e nelle distorsioni createsi nei paesi produttori. La domanda fisica, quella reale, si è dimostrata cronicamente debole, con i dati sulle macinazioni – che misurano la trasformazione delle fave in burro e polvere – in calo in Europa e in Asia, a testimonianza di un’industria che, dopo aver sofferto margini di guadagno compressi dai rincari, ha ridotto i ritmi produttivi, smaltito scorte costose e, in alcuni casi, riformulato le ricette per impiegare meno cacao o sostituirlo con grassi alternativi -3. Questa contrazione della domanda industriale ha contribuito alla discesa dei prezzi all’ingrosso, ma ha anche creato una frattura con le politiche commerciali dei paesi produttori.
In Ghana, il secondo produttore mondiale, il governo, attraverso l’ente di commercializzazione Cocobod, aveva fissato un prezzo d’acquisto dalle piantagioni molto più alto di quello oggi corrente sui mercati internazionali, nel tentativo di proteggere il reddito degli agricoltori. L’effetto, però, è stato paradossale: i compratori internazionali, di fronte a un prezzo ufficiale fuori mercato, hanno semplicemente smesso di comprare i lotti ghanesi, lasciando invendute ingenti quantità di prodotto nei magazzini -5. Si è venuta a creare, insomma, una situazione di stallo per cui enormi sacchi di cacao giacciono nei depositi dei porti di Abidjan e Tema, perché il costo richiesto non è allineato a quello che l’industria è disposta a pagare, aggravando ulteriormente le difficoltà di un sistema che già soffre di problemi strutturali e logistici.
L’industria del cioccolato tra scorte costose e nuove strategie
A questo quadro si aggiunge un ulteriore elemento di complessità, che riguarda la filiera a valle. I grandi produttori di cioccolato, come Mondelez, Nestlé o Chocolates Valor, avevano acquistato partite di cacao quando le quotazioni volavano ben sopra i 10.000 dollari, stipulando contratti a termine per garantirsi la materia prima e proteggersi da ulteriori rialzi -1. Ora si trovano a dover smaltire queste scorte pagate a caro prezzo, e il costo medio delle loro materie prime rimane quindi elevato, nonostante il cacao che entra oggi nei magazzini costi molto meno. Questa inerzia contabile, unita alla necessità di recuperare i margini perduti, impedisce qualsiasi riduzione immediata dei prezzi sugli scaffali. Anzi, alcuni analisti sottolineano come le aziende, dopo aver ridotto le dimensioni delle tavolette o modificato le ricette per risparmiare, siano poco propense a tornare indietro, preferendo consolidare i guadagni di efficienza.
Le cronache recenti descrivono un mercato che, per usare un termine tecnico, è in forte “contango”, una situazione in cui i prezzi per consegne future sono più alti di quelli immediati, segno che non si prevedono tensioni nell’immediato. Il crollo delle quotazioni, insomma, racconta la fine di un’emergenza, ma non l’inizio di un’era di basso costo per il consumatore. La materia prima, dopo la tempesta perfetta del biennio precedente, è tornata a livelli che gli esperti definiscono di maggiore equilibrio, ma il percorso di questa riduzione attraverso la filiera è lento, irregolare e ostacolato da interessi contrastanti. La voragine apertasi sui mercati finanziari, con i fondi speculativi che hanno rapidamente chiuso le loro posizioni rialziste, non ha quindi ancora trovato un corrispettivo nella realtà quotidiana dell’acquisto di una tavoletta, dove il prezzo resta ancorato a strategie industriali e a dinamiche speculative ormai superate.
Description: Il prezzo del cacao crolla a 3.000 dollari dopo il record del 2024, ma i listini del cioccolato non calano. Le ragioni del paradosso tra mercato e scaffale.




