Il cacao crolla del 45 per cento, ma la cioccolata resta cara e i produttori incassano briciole
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Redazione Economia
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C’era stata l’impennata, quella storica, con i future schizzati a dicembre del 2024 verso quota 12.000 dollari la tonnellata, e c’è adesso il tracollo, altrettanto vertiginoso: il prezzo del cacao, sui mercati di riferimento di Londra e New York, ha segnato una flessione di circa il 45 per cento dall’inizio del 2026, una correzione che ha riportato le quotazioni ai livelli dell’autunno del 2023, quando il rally rialzista doveva ancora cominciare -1-2. L’ultima seduta, l’ennesima in territorio negativo, ha visto il contratto con consegna a marzo scivolare sotto i 4.000 dollari per tonnellata, un livello psicologico che mancava da prima che la combinazione tossica tra siccità e malattie delle piante in Africa occidentale prosciugasse i raccolti e incendiasse le borse merci -6. I compratori, spiegano gli analisti, continuano a mostrarsi riluttanti nel pagare il grano dai principali paesi produttori, tanto che in Ghana il prezzo pagato agli agricoltori è stato ritoccato al ribasso di quasi il trenta per cento, mentre in Costa d’Avorio, che da solo copre circa il 45 per cento dell’offerta globale, si valuta se intervenire con un meccanismo di sostegno per smaltire le scorte invendute che si accumulano nei magazzini portuali -1-7.
Il paradosso, per chi osserva la filiera dal lato del consumatore finale, è tuttavia solo apparente: se il costo della materia prima si è più che dimezzato in pochi mesi, il prezzo della tavoletta di cioccolato sugli scaffali non accenna a diminuire con la stessa rapidità. Si tratta di una distorsione strutturale, che fotografa con precisione la lunghezza e la complessità di una catena del valore globale dove il potere contrattuale è distribuito in modo diseguale e dove i tempi della speculazione finanziaria non coincidono mai con quelli dell’industria di trasformazione e tantomeno con i bilanci delle famiglie. Le quotazioni internazionali, che ieri hanno toccato i 3.200 dollari la tonnellata, segnano un arretramento del 70 per cento rispetto al picco di un anno fa, ma quel picco era stato determinato da uno shock dell’offerta – la riduzione delle superfici coltivate e la minore resa per ettaro dovute al cambiamento climatico – che aveva messo in ginocchio le economie del Sud del mondo, ancora strutturalmente dipendenti dalla monocoltura -5.
Mentre il Nord del mondo importa e consuma cioccolato in grandi quantità, il Sud lo coltiva e lo esporta come principale, talvolta unica, fonte di reddito per milioni di persone. E il nodo, mai risolto, rimane quello della distribuzione del valore: su una tavoletta venduta a tre euro, al produttore africano vanno in media diciotto centesimi. Una miseria che la recente volatilità dei mercati non fa che aggravare, perché quando i prezzi crollano, come sta accadendo in queste settimane, sono sempre gli anelli più deboli della catena a pagarne le conseguenze più amare. In Costa d’Avorio, i dati sulle consegne nei porti mostrano un calo del 3,2 per cento, segno che molti coltivatori trattengono il raccolto in attesa di tempi migliori, ma anche che il Consiglio del Caffè e del Cacao sta faticosamente cercando di mettere in piedi un programma di riacquisto per stabilizzare un mercato interno sempre piú sull’orlo di una crisi sociale -4.




