Nino Benvenuti, l’addio di Pamich e Roman: "Essere istriani è voler migliorare"
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Redazione Sport
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Nella solennità del salone d’onore del Coni, dove è stata allestita la camera ardente di Nino Benvenuti, le parole di Abdon Pamich e Federico Roman hanno restituito il peso di una perdita che va oltre lo sport. «Cosa posso dire… onorava la boxe, la nobile arte, nel modo migliore», ha commentato Pamich, marciatore olimpico, mentre Roman, cavaliere d’equitazione, ha condiviso lo stesso sentimento di un’epoca irripetibile. «Tutti lo rimpiangiamo perché abbiamo vissuto con lui un periodo che ci ha entusiasmato», ha aggiunto, sottolineando come Benvenuti, con i suoi combattimenti, avesse saputo incarnare qualcosa di più di un semplice campione.
Giovanni Malagò, presidente del Coni, ha definito il pugile scomparso «un simbolo per intere generazioni», ricordando come i suoi match fossero diventati «qualcosa di epico», al di là del risultato. Benvenuti, infatti, non aveva solo vinto titoli in due categorie diverse, ma aveva trasformato ogni incontro in una lezione di stile e determinazione. Malagò ha poi insistito sul valore della sua «esperienza personale, di vita», un esempio che «deve far riflettere», soprattutto in un momento in cui lo sport cerca nuovi modelli.
Anche il ministro dello Sport Andrea Abodi, presente alla camera ardente insieme a Malagò, ha sottolineato l’importanza di tramandare la memoria del pugile. «Il ricordo sia anche un modo per farlo conoscere ai giovani», ha detto, evitando però di scivolare in retorica. Tra un impegno istituzionale e l’altro – dai Giochi del Mediterraneo a Milano Cortina 2026 – Abodi ha riconosciuto che Benvenuti meritava più di un semplice commiato: una eredità da preservare.




