L’onta europea dell’Inter tra conti da rivedere e il monito del Bodo Glimt
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Redazione Sport
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La notte di San Siro doveva essere quella della rimonta, della dimostrazione di forza di una squadra che in campionato viaggia con dieci punti di vantaggio e che, fino a pochi mesi fa, aveva calcato il palcoscenico della finale di Champions League. S’è trasformata, invece, nell’epilogo di una doppia sfida che per i nerazzurri ha assunto i contorni della débâcle sportiva e, a seguire, di un bel problema da gestire in sede di bilancio. Il Bodo Glimt, squadra che rappresenta una cittadina norvegese di cinquantamila anime e dispone di un impianto da ottomila posti, ha fatto la storia del proprio calcio eliminandoli con un perentorio 5-2 complessivo, bissando il successo dell’andata con un 2-1 confezionato al Giuseppe Meazza che di clamoroso ha davvero poco se si guarda alla sostanza del gioco espresso -2-6-7. Gli uomini di Cristian Chivu, va detto senza giri di parole, hanno incontrato una formazione che dal mese di novembre non disputava gare ufficiali nel proprio campionato e che, ciononostante, è apparsa più viva, più organizzata e cinica sotto porta: un verdetto che, al di là della retorica sulle presunte gerarchie del calcio che conta, fotografa una realtà inequivocabile e per certi versi persino fisiologica, se si considera il percorso di crescita della compagine scandinava, capace di mettere lo stesso stadio alle proprie spalle con le vittorie su Manchester City e Atletico Madrid nel corso della stessa edizione della manifestazione -8.
L’aspetto che più ha fatto discutere negli ambienti vicini alla dirigenza e nell’analisi a caldo dei commentatori, primo fra tutti Michele Criscitiello dalle colonne di SportItalia, riguarda il divario economico tra le due contendenti, un abisso che avrebbe dovuto, sulla carta, rendere impraticabile l’impresa per i vicecampioni di Norvegia. Il monte ingaggi del club nordico si aggira sugli 8,6 milioni di euro, una cifra che, come è stato fatto notare, risulta addirittura inferiore a quella di diverse realtà italiane militanti in Serie C, quali Benevento, Vicenza, Catania e Salernitana -2. Un paragone che suona come una condanna senza appello per la gestione tecnica dell’Inter, la quale si è vista sovvertire ogni pronostico da una rosa costruita con criteri opposti rispetto ai parametri del calcio ipervalutato, utilizzando peraltro solo calciatori scandinavi, nove degli undici scesi in campo nella circostanza facenti parte del giro della Nazionale maggiore o delle selezioni giovanili norvegesi -8. Il dato, lungi dal rappresentare una mera curiosità statistica, interroga il sistema calcio italiano nel suo insieme, sollevando quesiti sulla capacità di leggere e interpretare le evoluzioni tattiche e culturali del gioco, laddove il Bodo Glimt ha dimostrato che l’organizzazione, la freschezza atletica e la pianificazione a lungo termine possono sopperire a disparità economiche ritenute altrimenti incolmabili.
Il conto salato dell’eliminazione e le ripercussioni sul mercato
Al di là delle implicazioni tecniche e della figura piuttosto sbiadita che lascia in eredità questa doppia sfida, la sconfitta europea dell’Inter ha un prezzo ben preciso e quantificabile, che graverà inevitabilmente sulle strategie future della società di viale della Liberazione. Il presidente Beppe Marotta, nel tentativo di schermare la squadra alla vigilia del match di ritorno, aveva parlato di un eventuale passo falso che non avrebbe costituito un problema, rassicurando sulla capacità di rimediare in corsa alle mancate entrate -2. Tuttavia, i calcoli fatti dai quotidiani specializzati raccontano una storia differente, fatta di numeri che tornano con difficoltà. Il mancato accesso agli ottavi di finale priva i nerazzurri di un introito stimato intorno ai venti milioni di euro, una somma che comprende i premi Uefa per il passaggio del turno e i mancati incassi al botteghino per le partite che non si giocheranno a San Siro -4. Si tratta di una bella fetta di quei proventi che, nelle ultime stagioni, avevano permesso al club di chiudere i bilanci in attivo e di pianificare investimenti mirati.
La cifra, di per sé consistente, diventa ancora più pesante se rapportata agli standard competitivi che l’Inter deve mantenere per restare ai vertici anche in Italia. L’uscita prematura dalla Champions League, competizione regina per ricchezza di premi e visibilità, rappresenta un’occasione perduta per aumentare quella liquidità indispensabile per affrontare un calciomercato estivo che si preannuncia complesso. L’eventualità, paventata da più parti, che un big della rosa possa dover essere sacrificato per far quadrare i conti non è più solo uno scenario remoto, ma una possibilità concreta su cui i dirigenti sono chiamati a riflettere nell’immediato -2. La differenza tra l’incasso di circa 136 milioni di euro della scorsa stagione e i circa 71 che arriveranno quest’anno rischia di creare un buco non indifferente nelle casse sociali, un deficit che il Titolo di campione d’Italia, per quanto prestigioso, può lenire solo in parte dal punto di vista finanziario -5.
Le proporzioni di un’impresa che ridisegna le gerarchie
Raccontare l’eliminazione dell’Inter solo attraverso la lente dei danni economici o dell’errore del difensore Manuel Akanji, che nel secondo tempo ha spianato la strada al vantaggio di Jens Petter Hauge, sarebbe però riduttivo e ingiusto verso quanto costruito dal Bodo Glimt -2-6. La formazione guidata da Kjetil Knutsen ha offerto una prova di maturità tattica e di forza mentale superiore, mantenendo la calma quando nella prima frazione i nerazzurri hanno spinto alla ricerca del gol che avrebbe potuto riaprire la qualificazione, per poi colpire con la precisione di un pugile quando l’avversario ha abbassato il ritmo e mostrato segni di cedimento. La rete di Hakon Evjen, quella del 2-0, è stata una perla di tecnica e freddezza che difficilmente si dimenticherà in fretta in riva allo Stretto di Bodo -6. Per il calcio italiano, che nella stessa settimana rischiava di vedere eliminate tutte le proprie rappresentanti, la lezione arriva chiara: il divario tecnico ed economico non è più una garanzia di successo, e squadre considerate minori sulla carta possono diventare grandi sul campo se supportate da un progetto solido e continuativo, lontano dai riflettori delle grandi piazze ma terribilmente efficace. L’onta, se così vogliamo definirla, non risiede tanto nella sconfitta in sé, quanto nella maniera in cui questa è maturata, evidenziando limiti strutturali e di approccio che, a questi livelli, non possono essere tollerati.




