La crisi di Hormuz e il piano segreto dei petrolieri arabi: contributo volontario per sbloccare il transito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si infittisce la trama diplomatica attorno allo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia strategico attraverso il quale transita una fetta considerevole del petrolio mondiale e dove, da settimane, la tensione tra Teheran e le potenze occidentali ha di fatto paralizzato il traffico navale. Mentre le navi da guerra solcano le acque del Golfo Persico e i mercati tremano all'idea di un conflitto aperto, dietro le quinte si muove un attore silenzioso ma determinante: il sultanato dell'Oman, da sempre abile mediatore nella regione.

Secondo quanto ricostruito da fonti vicine ai vertici del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Muscat avrebbe messo a punto una proposta articolata, già condivisa con gli altri Paesi arabi della penisola, quelli che più di tutti subirebbero le conseguenze di un blocco prolungato di Hormuz.

La bozza di intesa, che ora giace sul tavolo dei negoziatori iraniani, prevede un meccanismo finanziario inedito: gli sceicchi del petrolio sarebbero disposti a corrispondere a Teheran una somma commisurata al transito delle loro navi, una sorta di pedaggio informale che, però, per non alimentare pericolosi precedenti e per non irritare l'amministrazione Trump, non verrà mai definito come dazio.

Il termine coniato dai diplomatici è quello di "contributo volontario", una formula studiata per salvare la faccia a tutte le parti in causa, aggirando lo scoglio giuridico delle sanzioni e offrendo a Teheran un canale di finanziamento che non appaia come una resa alle pressioni occidentali.

Il prezzo della paralisi e il crollo delle scorte

Se il piano dovesse superare lo scoglio del gradimento di Teheran, e se dall'altra parte Washington non alzerà barriere o porrà veti impliciti, le conseguenze si farebbero sentire in tempi rapidi lungo tutta la catena di approvvigionamento globale. La carenza di carburanti, che in queste settimane ha già iniziato a farsi sentire in alcuni Paesi del Mediterraneo, potrebbe finalmente attenuarsi, così come la penuria di gas, fertilizzanti e di quelle materie prime industriali che, prima che la crisi esplodesse, attraversavano quotidianamente lo Stretto.

Il blocco, di fatto, ha creato un collo di bottiglia che ha strozzato non solo l'economia iraniana ma anche quella dei vicini arabi e, per effetto domino, dell'intero mercato globale dell'energia. L'ipotesi del "contributo volontario" rappresenterebbe una soluzione tampone, un modo per allentare la morsa senza che nessuna delle due superpotenze regionali debba ammettere una sconfitta o un arretramento.

Tuttavia, la partita resta aperta e dipende da equilibri fragili, dove il ruolo di intermediario dell'Oman è tanto prezioso quanto delicato, visto che il sultanato mantiene da anni rapporti di fiducia con entrambi gli schieramenti e conosce i meccanismi informali che regolano il Golfo.

L'ombra di Netanyahu si allunga sull'Europa

Mentre la diplomazia del petrolio tenta di trovare una via d'uscita, il tabellone delle crisi internazionali si arricchisce di un altro elemento di complessità, e a trascinare l'Europa in questo intricato gioco di alleanze è il protagonismo crescente di Volodymyr Zelensky.

Il presidente ucraino, la cui visita alla Casa Bianca è coincisa con quella di Benjamin Netanyahu, ha deciso di gettare il proprio peso anche sulla partita mediorientale, un'iniziativa che molti osservatori a Bruxelles faticano a decifrare ma che rivela un'ambizione di Kiev di proiettarsi ben oltre il perimetro della guerra con la Russia.

Quel triangolo ideale che si è formato tra Donald Trump, il premier israeliano e lo stesso Zelensky sta moltiplicando gli effetti che le due guerre, quella in Iran e quella in Ucraina, avranno sul Vecchio Continente, esponendo gli Stati membri a pressioni incrociate difficili da gestire.

Sull'Europa, infatti, non grava più soltanto l'ombra ingombrante del tycoon, con le sue politiche protezionistiche e il suo disimpegno selettivo, ma si proietta sempre più l'ombra di Netanyahu, il leader di estrema destra che secondo diversi analisti avrebbe ispirato lo stesso cambio di rotta di Trump verso Teheran.

La strategia israeliana, ormai consolidata, non si limita più alla difesa dei propri confini ma include già Paesi come Cipro, utilizzato come piattaforma logistica, e investe direttamente gli interessi europei nel Mediterraneo orientale, dalla gestione delle risorse energetiche alla sicurezza delle rotte marittime.

Un intreccio di calendari e funerali politici

Non si tratta soltanto di una coincidenza di calendari, come qualcuno ha frettolosamente commentato, il fatto che le visite di Zelensky e Netanyahu alla Casa Bianca si siano sovrapposte idealmente nel giorno dei funerali di Lindsey Graham.

Il senatore repubblicano, scomparso in circostanze ancora oggetto di attenzione da parte della stampa americana, rappresentava un ponte politico tra due mondi che Trump ha spesso tenuto separati: era un convinto sostenitore dell'Ucraina, anche quando i favori del presidente erano nettamente orientati verso Mosca, ma al tempo stesso era un grande amico di Israele e propugnava senza riserve la guerra all'Iran, considerato il nemico esistenziale della nazione ebraica.

La sua scomparsa lascia un vuoto politico che i due leader, ciascuno con le proprie priorità, hanno cercato di riempire in quel fatidico fine settimana. Ma l'intreccio tra i due fronti caldi, quello ucraino e quello iraniano, diventa ancor più evidente se si guarda alle operazioni militari che hanno scosso il Mar Caspio, dove per la prima volta i droni ucraini hanno colpito obiettivi iraniani, aggiungendo una nuova dimensione al conflitto.

Il Mar Caspio, nuovo fronte della guerra globale

Mai si erano viste colonne di fumo nero come quelle che, sabato mattina, si sono alzate poco lontano dalla costa del Mar Caspio, dove le navi Port Olya 2 e Begey sono state avvolte dalle fiamme. I pasdaran, la guardia rivoluzionaria iraniana, hanno immediatamente parlato di "pacifica navi mercantili" colpite in violazione della Carta delle Nazioni Unite, lamentando la perdita di un marinaio e l'aggressione a un traffico che ritenevano protetto.

Dall'altra parte, le fonti ucraine hanno rivendicato l'attacco descrivendo quelle stesse imbarcazioni come "barche d'armi" destinate alla Russia, un anello della catena logistica che rifornisce Mosca di materiali bellici aggirando le sanzioni via mare. La scena è tanto imprevista quanto preoccupante per tutti gli osservatori internazionali, perché consacra l'evoluzione di un conflitto che ormai non ha più confini geografici definiti.

Dopo il Mar Nero, dove la flotta russa è stata costretta a ritirarsi da Crimea, e dopo il Mar Rosso, che ha visto gli Houthi attaccare le navi mercantili in solidarietà con Hamas, anche il più grande lago del mondo, quel "mare chiuso" condiviso tra Mosca e Teheran, è diventato l'anello di congiunzione delle due grandi guerre.

L'asse che unisce Mosca, Teheran, Pechino e Pyongyang, infatti, cerca di sfidare l'Occidente proprio lungo queste rotte, mentre gli ucraini, con un'audacia che ha sorpreso gli esperti, portano la guerra nel cuore della retroguardia nemica, colpendo le infrastrutture navali che riforniscono i russi. Lo scenario, a questo punto, disegna una crisi sistemica che nessuno, neppure i diplomatici più esperti, aveva previsto nella sua interezza, costringendo gli Stati Uniti e i loro alleati a ricalcolare le proprie priorità tra Atlantico, Pacifico e Oriente.

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