Il Papa a Nicea, un segno per l'unità dei cristiani mentre il Libano cerca la rinascita
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Redazione Esteri
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Il viaggio apostolico di Leone XIV in Turchia, conclusosi all'inizio di dicembre, ha lasciato una traccia profonda nel percorso ecumenico, un fatto che l'arcivescovo Marek Solczyński, nunzio apostolico ad Ankara, non esita a definire storico. La visita a Iznik, l'antica Nicea, ha rappresentato infatti un gesto di straordinario simbolismo, compiuto a millesettecento anni di distanza dal concilio che definì i fondamenti della fede cristiana in un'epoca in cui la Chiesa era ancora indivisa. Quei momenti condivisi, come ha sottolineato il presule, sono destinati a favorire il cammino verso la meta comune, in una regione dove la presenza cristiana è minoritaria ma radicata. Un passo significativo, questo, che si inserisce in un quadro più ampio di attenzione del pontefice verso l'Oriente, il cui messaggio di dialogo e riconciliazione ha trovato un altro, fondamentale, destinatario nel Libano, nazione da tempo allo stremo.
La voce di chi vive in Turchia: un dialogo quotidiano
La complessità del contesto turco, dove la storia stratificata di fede e culture convive con le sfide del presente, è ben nota a figure come padre Claudio Monge, domenicano da quasi ventiquattro anni a Istanbul. Direttore di un centro per il dialogo interculturale, egli opera in una città il cui tessuto urbano racconta secoli di trasformazioni: il suo stesso convento, sorto accanto alla chiesa dei Santi Pietro e Paolo, testimonia i cambiamenti storici, come quando le autorità ottomane convertirono l'antica chiesa di San Paolo nella cosiddetta Arap Camii, la "moschea araba". È in questo ambiente, fatto di incontro e spesso di fatica, che risuona con particolare forza il significato del gesto compiuto dal vescovo di Roma a Nicea, un richiamo alle comuni radici che precede le divisioni.
Il Libano, una crisi profonda e la speranza dei giovani
Mentre dalla Turchia giungono segnali di dialogo, un altro fronte resta drammaticamente aperto, quello libanese, al centro di una serata di confronto nella diocesi di Milano. Le parole di monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut, hanno dipinto con realismo le ferite di un Paese logorato da una crisi economica senza precedenti, dai disastri ambientali e dalla minaccia costante di un conflitto più ampio. In questo scenario, il recente viaggio del Papa è stato interpretato come un atto d'amore che potrebbe rendere il Libano, "terra di miracoli e di speranza" secondo la definizione dell'arcivescovo Mario Delpini, più prezioso agli occhi del mondo. La presenza di sacerdoti come don Carlo Giorgi, milanese da nove anni in Libano, e di padre Bruté De Rémur, rettore del seminario Redemptoris Mater, ha sottolineato il ruolo insostituibile delle comunità locali e, soprattutto, delle giovani generazioni, chiamate a essere artefici di una rinascita che appare quanto mai incerta.
La diplomazia della Santa Sede e le prospettive concrete
A fare il punto sulla situazione, con lo sguardo di chi segue da vicino gli sviluppi politici e sociali, è anche monsignor Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano dal 2022. Senza indulgenza per facili ottimismi, egli ripercorre i momenti salienti della visita di Leone XIV, mettendo in luce come il messaggio lanciato dal pontefice abbia indicato con chiarezza una strada fatta di unità nazionale e dialogo interreligioso. Sono questi, infatti, gli unici strumenti praticabili per avviare una concreta ricostruzione sociale e politica, non solo per il Libano ma per l'intera regione mediorientale. Un percorso in cui la comunità internazionale, a partire dalla presidenza degli Stati Uniti di Donald Trump, è chiamata a sostenere con decisione gli sforzi di chi, nel quotidiano, resiste e prova a ricostruire.




