L’utile vola a 51 milioni, allo Ior si chiude l’era delle riforme per lasciare spazio a una solidità ritrovata
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Redazione Economia
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L’Istituto per le Opere di Religione, quello che fu per decenni il simbolo di un’opacità finanziaria destinata a far discutere cronache giudiziarie e tribunali, ha consegnato ieri il bilancio del 2025 con un attivo di 51 milioni di euro. Un numero che, a guardarlo bene, non rappresenta solo un’asticella contabile, ma il sigillo su una transizione complessa: l’utile netto cresce del 55,5 per cento rispetto all’anno precedente, toccando il livello più alto mai registrato nell’ultimo decennio. La Commissione Cardinalizia di Vigilanza, prendendo atto di questi numeri, ha deliberato un dividendo per il Santo Padre pari a 24,3 milioni di euro – il meccanismo, tecnicamente indicato nel rapporto come “distribuzione di dividendi”, sconta un incremento del 76,1 per cento – segnando di fatto il consolidamento di un percorso di normalizzazione che molti osservatori ritenevano ancora accidentato.
Non è un caso, del resto, se l’istituto guidato – fino alla recente tornata di approvazione del consuntivo – da Jean-Baptiste de Franssu abbia archiviato una volta per tutte il fantasma delle perdite strutturali e delle gestioni pregresse; quelle stesse gestioni che, complice una celebre denuncia partita proprio dallo Ior, avevano aperto il vaso di Pandora sul caso dei fondi della Segreteria di Stato, innescando un terremoto giudiziario dentro le mura leonine. Oggi, a distanza di anni da quello choc, Francois Pauly – nominato nuovo presidente del Consiglio di Sovrintendenza dopo un passaggio di consegne pianificato nei mesi precedenti – eredita una macchina i cui ingranaggi sembrano aver ritrovato grasso e silenzio.
Numeri fuori scala e un Tier 1 da primato assoluto
Se si scende nel dettaglio dei parametri patrimoniali, l’analisi restituisce l’immagine di una realtà bancaria che, per capitalizzazione, non ha molti equivalenti nel panorama internazionale. La raccolta complessiva gestita, che include depositi, risparmio amministrato e titoli in custodia, ha superato i 5,9 miliardi di euro, con un incremento del 3 per cento rispetto al 2024; a fare la differenza, però, è soprattutto la voce del patrimonio netto, schizzato a 815,3 milioni di euro, nonché un Tier 1 ratio – l’indicatore che misura la solidità patrimoniale di una banca in rapporto ai rischi ponderati – attestato al 71,9 per cento. Per capirci, gli istituti di credito tradizionali europei si considerano ampiamente soddisfatti quando superano la soglia del 15 per cento; con questo dato, lo Ior si pone in una fascia di sicurezza che rasenta l’immunità finanziaria.
A sostenere questo slancio – va detto – non è stata soltanto la prudenza o la “gestione disciplinata” dei portafogli menzionata nei documenti ufficiali, ma anche una congiuntura di mercato particolarmente favorevole, che ha premiato le strategie di investimento adottate dalle congregazioni religiose e dai clienti istituzionali. Nonostante ciò, l’istituto ha continuato a operare nel solco tracciato dalla dottrina sociale della chiesa, rifiutando operazioni speculative incompatibili con l’etica cattolica e scegliendo di affidare la gestione attiva a una rete esterna di oltre undici asset manager globali. Il margine di intermediazione – che combina interessi e commissioni – si è attestato a 66,3 milioni di euro, una progressione netta rispetto ai 51,5 milioni del 2024.
Un cambio generazionale ai vertici e la fine di una transizione
La pubblicazione del bilancio di esercizio 2025, la quattordicesima edizione del rapporto annuale, ha coinciso con la naturale scadenza del mandato di Jean-Baptiste de Franssu, il manager che aveva preso in mano le redini dell’ente nel bel mezzo della bufera per ripulirne i conti e la reputazione. Il suo congedo, ufficializzato lo scorso marzo e diventato operativo dopo l’ok della Deloitte & Touche – la società di revisione che ha firmato una relazione “senza eccezioni” – avviene in un clima di assoluta serenità contabile, cosa che non era affatto scontata solo pochi anni fa. Al suo posto, la Commissione Cardinalizia ha dato il via libera a François Pauly, banchiere lussemburghese di lungo corso, già membro del consiglio dal 2024 e profondo conoscitore dei meccanismi europei della finanza previdenziale e assicurativa.
Pauly, che tra i suoi incarichi vanta la presidenza del gruppo assicurativo Lalux e un passato da amministratore nel Fondo Pensioni Vaticano, si trova oggi alla guida di un carro che viaggia spedito, probabilmente più veloce di quanto chiunque avrebbe pronosticato un decennio fa. Non mancano, nei meandri del rapporto, i segnali di una rinnovata fiducia da parte delle congregazioni religiose: il loro numero è aumentato nel corso del 2025, così come è cresciuta la propensione ad affidare interi mandati di gestione patrimoniale all’ente, segno che la lezione della trasparenza fiscale e del rafforzamento dei controlli interni è stata metabolizzata fino in fondo.
Quel legame sottile tra dividendi e sostenibilità
La cifra di 24,3 milioni che confluirà nelle casse del pontefice – per essere destinata, come da missione statutaria, al sostegno di opere religiose e caritatevoli – rappresenta il contributo più tangibile di una macchina che ha riconquistato la sua ragion d’essere senza più la spada di Damocle delle inchieste penali. Il bilancio, spiega ancora la nota, è stato approvato all’unanimità il 28 aprile scorso e rispetta i principi previsti dal piano strategico 2026-2028, un documento che ruota attorno a tre stelle polari: l’attenzione al cliente, la crescita prudente e la sicurezza patrimoniale.
Di mezzo, c’è stato l’avvento di un nuovo servizio di home banking, la digitalizzazione dei processi operativi e la costruzione di nuovi indici azionari pensati per guidare gli investimenti etici a livello globale in collaborazione con Morningstar. Tutti elementi che confermano come lo Ior, ormai ampiamente allontanatosi dalle logiche dello “scontro istituzionale” che l’avevano contrapposto alla Segreteria di Stato, abbia virato verso una dimensione tecnica, efficiente e – per quanto possibile – assolutamente ordinaria.




