Decreto trasparenza retributiva, le nuove regole in arrivo dal 7 giugno
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Redazione Economia
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Il principio, per quanto declinato in termini giuridici, è chiaro: la retribuzione non può più essere considerata una variabile opaca, bensì un elemento strutturato su criteri oggettivi, verificabili e, soprattutto, neutrali rispetto al genere. Questa la sostanza della cosiddetta “trasparenza retributiva”, che in Italia – dopo mesi di attesa – trova infine compimento normativo con il decreto legislativo approvato in via definitiva dal Consiglio dei Ministri lo scorso 30 aprile. Un provvedimento, questo, che recepisce la direttiva Ue 2023/970 e che entrerà in vigore il 7 giugno, data ultima utile per adeguarsi alla scadenza imposta da Bruxelles.
Obblighi e strumenti, cosa cambia per le imprese
Sul piano operativo, il nuovo impianto si traduce in un insieme di strumenti aziendali – dalle policy interne ai report periodici – finalizzati a garantire ai lavoratori l’accesso a informazioni dettagliate sui livelli retributivi, comprese le medie disaggregate per genere riferite a posizioni equivalenti o di pari valore. La portata della norma, va detto, non è trascurabile: si applica a tutti i datori di lavoro, tanto pubblici quanto privati, e alla totalità dei lavoratori subordinati (dirigenti compresi, mentre restano esclusi apprendisti, domestici e intermittenti). Un’estensione che lascia pochi margini di manovra, e che impone alle aziende una revisione – talvolta profonda – dei propri sistemi di valutazione e compensation.
Annunci di lavoro e retribuzione, la fotografia italiana
Dai dati raccolti nell’ultimo anno emerge un quadro, per certi versi, contraddittorio. La quota di annunci che indicano esplicitamente la retribuzione è cresciuta in modo sensibile, passando da circa il 20% dell’inizio del 2025 al 36% registrato nel marzo di quest’anno. Una progressione, certo, ma che lascia comunque poco più di un’offerta su tre trasparente sul punto forse più delicato del rapporto di lavoro. Il confronto con le altre grandi economie europee, inoltre, non offre consolazione: in Germania solo il 12% degli annunci riporta il salario, in Spagna ci si ferma al 17%. Segno che la resistenza a rendere pubblico il compenso – o anche solo le sue linee guida – resta trasversale, al di là dei singoli ordinamenti.
Fiducia e divario di percezione, il nodo dei lavoratori
Eppure, la trasparenza retributiva, spiegano gli analisti, non è soltanto una questione di conformità normativa o di buste paga meglio compilate. Diventa, semmai, un banco di prova per la credibilità aziendale. E qui il dato più inquietante arriva da un’indagine recente: a meno di un mese dall’entrata in vigore del decreto, sei lavoratori italiani su dieci dichiarano di non conoscere i nuovi diritti salariali che scattano a giugno. Una fotografia scattata dall’edizione 2026 di “HR & Payroll Pulse” di SD Worx, che restituisce l’idea di un divario ancora ampio – anzi, preoccupante – tra le policy dichiarate dalle imprese e la percezione concreta dei dipendenti. Un cortocircuito, quest’ultimo, che rischia di vanificare almeno in parte lo spirito della direttiva europea: quello, cioè, di ricostruire un rapporto di fiducia dove il salario diventa strumento di dialogo, non più motivo di asimmetria informativa.




