Don Patriciello al cronista indagato: "Chiedi scusa a me e a Meloni"
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Redazione Interno
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Le parole del parroco di Caivano, don Maurizio Patriciello, suonano come un invito alla resipiscenza più che come una condanna, quando si rivolge al giovane cronista veneto Adriano Cappellari, ora al centro di un'inchiesta che ha scosso il mondo dell'informazione locale. "Chiedi perdono e rialzati", ha dichiarato il sacerdote in un'intervista rilasciata a Sky TG24, manifestando un misto di incredulità e delusione per la vicenda che vede il ventenne collaboratore del quindicinale L'Altopiano e del Giornale di Vicenza indagato per simulazione di reato e truffa.
La richiesta, carica di un significato che travalica la mera questione giudiziaria, si estende idealmente anche alla premier Giorgia Meloni, coinvolta nelle minacce che lo stesso Cappellari avrebbe falsamente attribuito a presunti ambienti criminali.
La ricostruzione dell'attentato simulato
Secondo quanto emerso dall'indagine coordinata dalla Procura di Vicenza, il giornalista avrebbe inscenato un attentato incendiario davanti alla propria abitazione di Enego, nel vicentino, lo scorso maggio, per poi denunciare di essere finito nel mirino della criminalità organizzata a causa dei suoi articoli sul Parco Verde di Caivano e sul suo legame con il parroco anti-camorra.
I carabinieri, attraverso un meticoloso lavoro di investigazione, hanno tuttavia ricostruito una verità ben diversa, sostenendo che il materiale utilizzato per confezionare il rudimentale ordigno sarebbe stato acquistato online dallo stesso Cappellari nelle settimane precedenti al presunto attacco, gettando così luce su quella che sarebbe stata una pericolosa messinscena.
Le minacce e la scorta
Il racconto del cronista, che lo aveva visto denunciare minacce di morte arrivate via lettera per la sua presunta amicizia con don Patriciello, aveva inizialmente suscitato grande apprensione, tanto da costringerlo a vivere sotto scorta per mesi; la sua versione dei fatti, secondo cui una busta contenente intimidazioni a lui, a Giorgia Meloni e allo stesso sacerdote sarebbe stata recapitata insieme all'attentato, aveva alimentato un clima di tensione e solidarietà nei confronti del giovane giornalista.
La scoperta che l'intera vicenda potrebbe essere stata architettata ad arte, con il procuratore titolare del fascicolo che ha parlato di un giovane "spregiudicato e pronto a tutto" pur di ottenere notorietà, ha però capovolto la narrazione, trasformando la presunta vittima in indagato e lasciando un alone di amarezza su una storia che ha coinvolto istituzioni e forze dell'ordine.
Il confronto con il caso Ranucci
Non sfugge agli osservatori, e probabilmente neppure agli inquirenti, il singolo parallelo con un'altra vicenda di cronaca che ha segnato il giornalismo investigativo italiano, ovvero il ben più grave attentato dinamitardo realmente subito dal collega Sigfrido Ranucci lo scorso ottobre, un episodio ancora avvolto nel mistero e che ha visto il noto conduttore di Report finire al centro di un'indagine complessa e delicata.
Se per Ranucci si tratta di un episodio violento e ancora poco chiaro, per Cappellari la Procura parla di una simulazione studiata nei dettagli, alimentata da acquisti online e da una presunta ricerca di visibilità che, secondo le accuse, avrebbe portato il ragazzo a inventare minacce e a ingannare le autorità, sprecando risorse preziose per la sicurezza pubblica in un periodo già segnato da tensioni e allarmi concreti.
La posizione di don Patriciello
Don Maurizio Patriciello, che nelle scorse settimane aveva espresso preoccupazione per la sorte del giornalista che scriveva di lui e del suo impegno contro la camorra, ha scelto dunque la via del perdono, pur sottolineando la gravità di un gesto che definisce "tanto grave" e che ha tradito la fiducia di chi, come lui, vive quotidianamente sulla propria pelle il peso delle minacce reali.
"Non pensavo potesse fare una cosa tanto grave", ha commentato il parroco, aggiungendo l'invito a chiedere scusa non solo a lui e alla premier, ma alla collettività intera per un atto che, se confermato, rischia di gettare un'ombra ingiusta su chi lotta davvero contro la criminalità organizzata e di minare la credibilità di un'intera categoria professionale.
La vicenda, ora nelle mani della magistratura, dovrà chiarire le responsabilità del giovane cronista, mentre le parole del sacerdote restano come un monito silenzioso sulla fragilità della verità e sul prezzo, talvolta altissimo, della ricerca della notorietà a tutti i costi.
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