Pellizzari si prende tutto: assolo a Bolzano e trionfo al Tour of the Alps

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La salita di San Genesio, che con i suoi tornanti ha spesso deciso le sorti delle edizioni passate, è diventata lo scenario ideale per una resa dei conti che, a dire il vero, tale non è stata. Già, perché l’assolo di Giulio Pellizzari, il marchigiano classe 2004 in forza alla Red Bull–BORA–Hansgrohe, ha assunto i contorni di una dimostrazione di forza tanto attesa quanto priva di replica da parte degli avversari diretti. Al traguardo di corso Italia, a Bolzano, il ventiduenne ha tagliato lo striscione d’arrivo della quinta e ultima frazione – 128,6 chilometri partiti da Trento – con un vantaggio tale da suggellare una doppietta perfetta: vittoria di tappa e successo finale nella classifica generale del 49° Tour of the Alps, organizzato da Sport Alto Garda. Un’Italia del ciclismo che cercava un riferimento nelle corse a tappe di una settimana si ritrova tra le mani un ragazzo capace di spazzare via il duello annunciato tra i due alfieri della INEOS Grenadiers, il colombiano Egan Bernal e l’olandese Thymen Arensman, relegati infine al secondo e terzo posto del podio complessivo.

Un digiuno spezzato dopo tredici anni, l’ombra di Nibali e la svolta di un leader

Per trovare l’ultimo acuto italiano in una competizione che oggi si chiama Tour of the Alps, ma che molti ricordano ancora come Giro del Trentino, bisogna tornare indietro fino al 2013, quando Vincenzo Nibali si impose in quella che fu una delle sue ultime grandi corse preparatorie in vista del successo al Tour de France. Tredici anni dopo, l’impresa marchigiana porta la firma di un corridore che, poche settimane prima del via da Innsbruck, aveva confidato a pochi intimi un pensiero rivelatore: “È la corsa che mi ha fatto capire di poter essere un corridore ad alti livelli”. Pellizzari, con questa affermazione, non faceva altro che tradire la propria storia recente, quella di un talento cresciuto proprio sulle salite austriache e altoatesine. La Red Bull–BORA–Hansgrohe, dal canto suo, gli aveva chiesto di compiere il salto di qualità definitivo: abbandonare i panni del giovane di belle speranze per indossare quelli del vincente, del capitano. E lui, dopo una prima parte di stagione definita “da 8 in pagella” – solida, costante, ma priva ancora di un sigillo – si è sbloccato al momento più opportuno, con il Giro d’Italia all’orizzonte.

La tappa regina e l’allungo decisivo su Bernal e Storer

Nel giorno della frazione conclusiva, il percorso disegnato tra le valli trentine e il capoluogo altoatesino offriva l’ultimo banco di prova. A provarci, nei chilometri iniziali, era stato Michael Storer (Tudor Pro Cycling), poi ripreso e infine staccato dall’azione decisiva. Pellizzari ha innestato il cambio di ritmo sulle prime rampe di San Genesio, lasciando sul posto prima Arensman e poi, con un progressione inarrestabile, anche Bernal. Il colombiano, vincitore del Tour de France 2019 e reduce da una lunga odissea fisica, ha dovuto accontentarsi della piazza d’onore sia nella tappa sia nella generale, mentre alle spalle dei due si è classificato Storer, terzo a Bolzano. L’arrivo solitario del corridore marchigiano ha trasformato corso Italia in un palcoscenico a lui solo dedicato, con la Maglia Verde Melinda che non ha mai corso il rischio di cambiare proprietario.

La metamorfosi compiuta e la fiducia ritrovata in vista del Giro

La vittoria al Tour of the Alps 2026 rappresenta per Pellizzari un punto di non ritorno. “Ora sono un leader, al Giro per divertirsi” ha dichiarato a caldo, tradendo una consapevolezza che prima poteva sembrare prematura. La metamorfosi, insomma, è cominciata e si è compiuta in sei giorni di corsa: da semplice promessa a uomo di classifica, da gregario di lusso (in un passato recente) a capitano designato per la Corsa Rosa. Per il ciclismo italiano, che attendeva da tempo un successo del genere in una competizione di livello europeo senza dover richiamare i fantasmi del passato, il segnale è chiaro. Non si tratta più di un exploit isolato, ma dell’inizio di una transizione generazionale guidata da un ragazzo che, sui tornanti di San Genesio, ha smesso di chiedere il permesso per passare all’azione.

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