Il trionfo solitario di Giulio Pellizzari al Tour of the Alps, il camerte che stacca tutti e riscrive la storia a tredici anni dall’ultimo successo italiano
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Redazione Sport
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Non c’è stata storia, non c’è stato attacco capace di impensierirlo, né tattica di squadra in grado di arginare la sua ascesa. Giulio Pellizzari, il ventiduenne marchigiano in forza alla Red Bull–BORA–Hansgrohe, ha trasformato l’ultima tappa del Tour of the Alps in una passerella solitaria, laureandosi campione dell’edizione 2026 con una prestazione che, per intensità e tempismo, richiama le imprese dei migliori interpreti della disciplina. Il corridore camerte – lo stesso che, a poche settimane dal via di Innsbruck, aveva confidato come questa corsa rappresentasse per lui il vero spartiacque, il momento in cui aveva capito di poter aspirare ai livelli più alti del professionismo – ha mantenuto fede alle parole, anzi le ha trasformate in pietre miliari del proprio percorso. La frazione decisiva, lunga 128 chilometri con partenza da Trento e arrivo a Bolzano, lo ha visto involarsi sullo strappo finale di San Genesio, una rampa che ha fatto da setaccio: dietro, a trenta secondi di distacco, è giunto Egan Bernal, il colombiano della INEOS Grenadiers che già nel 2019 aveva vinto il Giro d’Italia, mentre il campione uscente Michael Storer (Tudor Pro Cycling) ha dovuto accontentarsi di un ruolo da comparsa.
La doppietta di tappa e la maglia verde Melinda, Pellizzari fa festa anche nella generale
Quella di Bolzano è stata la seconda vittoria di tappa in cinque giorni per l’azzurro, il quale ha così confermato una superiorità costruita tappa dopo tappa, senza mai concedere tentennamenti. L’arrivo solitario in corso Italia è valso non solo il successo di giornata, ma anche e soprattutto la conquista della classifica generale, la Maglia Verde Melinda che mancava a un italiano da tredici anni: l’ultimo a riuscirci fu Vincenzo Nibali, quando la corsa si chiamava ancora Giro del Trentino. Sul podio finale, alle spalle di Pellizzari, si sono piazzati proprio Bernal (secondo) e l’olandese Thymen Arensman, anch’egli della INEOS Grenadiers, a completare un terzetto che lascia pochi dubbi sul valore dell’impresa. Della compagine britannica, insomma, l’italiano ne ha avuto due ai propri piedi, un dettaglio che la federciclismo non ha mancato di sottolineare nel proprio resoconto ufficiale.
L’assolo che spezza l’inerzia, l’arte di attaccare senza attendere
Pellizzari non ha aspettato gli ultimi metri, non si è affidato a una volata ristretta né a giochi di posizione. La sua offensiva è scattata nel momento più duro della tappa, quella salita verso San Genesio dove le gambe – e la testa – fanno la differenza. Il distacco di trenta secondi su Bernal, al traguardo, parla di un margine netto, quasi abnorme per un corridore di soli ventidue anni. E se nella frazione conclusiva il colombiano ha provato a reagire, lo ha fatto senza mai rientrare realmente in contatto, un segnale che la superiorità del marchigiano – cresciuto nelle giovanili della sua regione prima dell’approdo al grande circuito – non è stata frutto del caso. Michael Storer, campione uscente, ha chiuso alle sue spalle ma senza mai impensierire concretamente la leadership di Pellizzari, il quale ha amministrato con intelligenza un vantaggio costruito metro dopo metro.
Un italiano dopo tredici anni, la corsa organizzata da Sport Alto Garda trova un nuovo re
Il Tour of the Alps, organizzato da Sport Alto Garda, torna così a celebrare un padrone di casa quasi trent’anni dopo l’epoca di Nibali: un digiuno lungo più di un decennio che oggi si interrompe con il ragazzo di Camerino, capace di unire la forza fisica a una maturità tattica rara per la sua età. La frazione di 128,6 chilometri – da Trento a Bolzano, con arrivo nel cuore del capoluogo altoatesino – ha visto lo striscione di corso Italia tagliato in solitudine, senza bisogno di guardarsi alle spalle. A completare la classifica finale, dietro al tricolore, si sono sistemati Bernal e Arensman, entrambi della INEOS, mentre Storer ha dovuto accontentarsi di un piazzamento minore. Nessuna volata di gruppo, nessun fotofinish: solo l’ascesa geometrica di un corridore che, a tredici anni di distanza dall’ultimo successo italiano, restituisce al pubblico di casa una vittoria cercata, voluta e infine dominata.




