Tour of the Alps, il marchigiano Pellizzari trionfa nell’ultima tappa e interrompe un digiuno lungo tredici anni
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Redazione Sport
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Sono bastati diciassette chilometri – gli ultimi, i più importanti – per riscrivere la storia recente del ciclismo italiano e per regalare a Giulio Pellizzari la prima vittoria assoluta in una corsa a tappe di livello. Sul traguardo di Bolzano, dopo 128,6 chilometri partiti da Trento -1, il ventiduenne della Red Bull-Bora-Hansgrohe ha messo il sigillo su un Tour of the Alps 2026 che resterà a lungo negli annali, interrompendo un digiuno che diventava ogni anno più pesante: l’ultimo italiano capace di imporsi in questa competizione, infatti, risaliva al 2013, quando il soprannome “Lo Squalo” di Vincenzo Nibali dominava ancora sulle strade dell’Euregio. Pellizzari, che aveva già dato un saggio della sua forza nella seconda tappa di Val Martello -7, ha aspettato l’epilogo per colpire, difendendo la maglia di leader nell’arco di una frazione breve ma insidiosa.
La fuga decisiva sull’ascesa di Montoppio
A trasformare la corsa è stato un attacco fulmineo scoccato nel cuore della salita che porta a San Genesio, il Montoppio, il cui Gran Premio della Montagna era posto a diciassette chilometri dal traguardo finale. Pellizzari, controllato da vicino dai due uomini della Ineos Grenadiers, il colombiano Egan Bernal e l’olandese Thymen Arensman, ha scelto il momento più duro per accelerare, guadagnando prima i sei secondi di abbuono del traguardo volante – che sono valsi come un’ipoteca sulla classifica – e poi macinando distacco su distacco. Ai due diretti inseguitori, e al vincitore dell’edizione precedente Michael Storer, non è rimasto altro che assistere all’allontanarsi di quel treno in corsa solitaria; il margine, alla fine, si è attestato sui trenta secondi, un lasso di tempo sufficiente per consentire al corridore marchigiano di esultare in solitaria sotto l’arco di Bolzano.
Il valore tecnico di un successo che spezza l’egemonia straniera
Non si trattava soltanto di difendere un vantaggio risicato – alla vigilia il distacco sui due della Ineos era di appena quattro secondi – ma di ribaltare una narrazione consolidata. Pellizzari ha ribaltato il copione: invece di gestire, ha attaccato; invece di subire l’iniziativa degli avversari, l’ha imposta. E così, mentre Bernal e Arensman completavano il podio rispettivamente a quaranta e cinquanta secondi, per l’Italia tornava il sapore di un trionfo che mancava da tredici anni, un messaggio chiaro in vista degli impegni futuri. La tappa, va detto, non era per nulla semplice: il percorso prevedeva un continuo saliscendi, con le asperità di Palù di Giovo e l’Alto di Caldaro a sminuzzare le gambe dei corridori prima dell’ascesa decisiva, eppure il leader della classifica non ha mai dato l’impressione di poter essere ripreso.
Un finale da manuale e la gestione dell’energia
La cavalcata di Pellizzari, nella quinta e ultima frazione, ha dimostrato una maturità tattica rara per un corridore della sua età. Dopo aver controllato la gara nelle battute iniziali, assorbendo il ritorno di un gruppetto di fuggitivi che includeva anche Tom Pidcock, il marchigiano ha piazzato lo scatto sull’ultima parte della salita di Montoppio, un Gpm di prima categoria distribuito su oltre nove chilometri. Da quel momento è diventato un inseguimento a tre: Storer, Bernal e Arensman hanno provato a organizzarsi, ma senza mai trovare una sincronia efficace. Il distacco, oscillato attorno ai trenta secondi, è rimasto sostanzialmente invariato fino al traguardo di Bolzano, dove il corridore della Red Bull-Bora-Hansgrohe ha potuto alzare le braccia al cielo per festeggiare quello che, probabilmente, resterà il giorno più bello della sua giovane carriera.




