Sarah Mullally si insedia a Canterbury, la prima arcivescova nella storia anglicana. William e Kate in prima fila
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Redazione Esteri
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La cattedrale di Canterbury ha aperto le sue porte per accogliere colei che, nei quasi mille e quattrocento anni di storia di quella sede, rappresenta una novità assoluta: una donna alla guida spirituale della Chiesa d’Inghilterra e della Comunione anglicana mondiale. Sarah Mullally, ex infermiera del servizio sanitario nazionale che per trentacinque anni ha curato i malati prima di rispondere a quella che lei stessa ha definito una chiamata sempre più pressante, è stata ufficialmente insediata mercoledì 25 marzo in una cerimonia ricca di simboli, iniziata con il tradizionale colpo di pastorale alla porta ovest della basilica. Un gesto rituale, compiuto da una figura che oggi rompe un tetto di vetro rimasto intatto per secoli: a richiedere l’ingresso non era il solito arcivescovo, ma una donna.
La scelta della data, come ha ricordato la stessa Mullally, non è affatto casuale: il 25 marzo coincide con l’Annunciazione del Signore, il momento in cui la tradizione cristiana celebra il coraggio di Maria di fronte a un destino che non conosceva. Un parallelo che la nuova arcivescova ha voluto richiamare esplicitamente nel suo primo sermone, ripercorrendo la propria storia personale – dalla conversione all’età di sedici anni fino a un futuro che, ha ammesso con sincerità, non avrebbe mai potuto immaginare. L’ex capo infermieristico d’Inghilterra, diventata sacerdote a quarant’anni, ha ricevuto la consacrazione episcopale nel 2015 (tra le prime donne a ricoprire quel ruolo) per poi guidare la diocesi di Londra, la terza carica più importante della gerarchia. Ora, da ieri, siede sulla cattedra di Sant’Agostino.
La cerimonia tra tradizione e presenza istituzionale
A fare da cornice all’evento storico, una folla di duemila persone che ha riempito la navata centrale della cattedrale del Kent. Tra gli ospiti, i principi del Galles, William e Kate, presenti in rappresentanza del sovrano Carlo III, che ricopre formalmente il ruolo di Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra. Accanto a loro, il primo ministro Keir Starmer e i due Speaker dei rami del Parlamento, a testimonianza del rilievo costituzionale che l’insediamento riveste per il Regno Unito. La cerimonia ha seguito il rituale classico: dopo l’ingresso e il giuramento sulla Bibbia, l’insediamento sulla “cattedra del vescovo” e il successivo spostamento verso l’antica cattedra di Sant’Agostino, una sedia in marmo risalente al XIII secolo che ha visto passare centocinque predecessori, tutti uomini. Mullally, nel suo intervento, ha voluto rivolgere un pensiero esplicito a chi ha subito abusi all’interno dell’istituzione ecclesiastica, dichiarando senza giri di parole: “Portiamo le vittime e i sopravvissuti agli abusi nei nostri cuori e nelle nostre preghiere”. Un passaggio sentito, che arriva in un momento particolarmente delicato per la governance anglicana, segnata dalle dimissioni del predecessore Justin Welby avvenute nel novembre del 2024 proprio a seguito delle critiche ricevute per la gestione di scandali legati ad abusi.
Il messaggio di papa Leone XIV
Proprio il lascito di Welby è stato oggetto di un richiamo, seppur indiretto, nel messaggio inviato a Mullally dal papa, Leone XIV. Il Pontefice ha aperto la sua lettera con parole tratte dalla seconda lettera di Giovanni: “Grazia, misericordia e pace saranno con noi da Dio Padre e da Gesù Cristo, Figlio del Padre, nella verità e nell’amore”. Un incipit che non è solo un augurio, ma la sintesi di un programma di relazioni ecumeniche che Leone XIV intende portare avanti. Il messaggio, consegnato ieri durante la liturgia nella cattedrale, sottolinea come il ministero affidato alla nuova primate sia “gravoso”, con responsabilità che si estendono ben oltre la diocesi di Canterbury per abbracciare l’intera Comunione Anglicana. Il Papa ha voluto ricordare il valore dello storico incontro del 1966 tra Paolo VI e Michael Ramsey, un dialogo che sessant’anni fa pose le basi per la Commissione internazionale anglicano-cattolica (ARCIC), definita da Leone XIV uno strumento fondamentale per “crescere nella comprensione reciproca”. Pur riconoscendo che il cammino ecumenico ha conosciuto difficoltà e che esistono ancora divergenze, il Pontefice ha ribadito la necessità di proseguire il confronto “nella verità e nell’amore”, richiamando le parole di Francesco secondo cui “sarebbe uno scandalo se, a causa delle nostre divisioni, non adempiessimo alla nostra comune vocazione di far conoscere Cristo”.
Il profilo di Sarah Mullally e il peso di un primato
Mullally, sessantaquattro anni, sposata e madre di due figli ormai adulti, porta con sé un profilo che la distingue dai suoi predecessori. La sua carriera nel settore sanitario – culminata con la nomina a chief nursing officer per l’Inghilterra a soli trentasette anni, la più giovane di sempre – l’ha abituata a gestire complessità organizzative e pressioni enormi. Ha lasciato il servizio pubblico nel 2004, definendo quella decisione come la più importante della sua vita per dedicarsi completamente alla vocazione religiosa. Nel suo primo discorso da arcivescova, ha cercato di delineare la sua idea di Chiesa, allontanandosi dall’idea di un’istituzione elitaria: ha parlato di una comunità che non deve essere “un club privato per pochi”, ma piuttosto un luogo accessibile, capace di offrire ascolto e accoglienza. All’esterno della cattedrale, al termine della funzione, una grande folla l’ha accolta con applausi prolungati, segno di un interesse che va oltre la semplice curiosità mondana per la presenza dei reali. Si è trattato di un riconoscimento popolare verso una figura che, pur in un momento di profonda crisi di credibilità per la Chiesa d’Inghilterra – scossa dagli scandali e divisa al suo interno sul ruolo delle donne e sull’accoglienza delle persone LGBTQ+ – prova a rappresentare un nuovo inizio.




