Gattuso avverte: "Niente è facile, la Moldova non è quella che ha perso 11-1"
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Redazione Sport
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In una conferenza stampa che ha mantenuto un tono pragmatico e concentrato, il commissario tecnico della Nazionale italiana Gennaro Gattuso ha delineato, con la consueta schiettezza, i contorni di una partita che, sulla carta, molti considerano una formalità. L’incontro di Chisinau contro la Moldova, penultimo atto delle qualificazioni mondiali, viene invece dipinto dal ct come un ostacolo da superare con la massima applicazione, lontano da qualsiasi tentazione di sottovalutazione. “Di facile non c’è nulla”, ha affermato Gattuso, le cui parole, come è nel suo stile, non ammettono sfumature di comodo e si concentrano sulla sostanza del lavoro da compiere in campo.
A sostegno della sua tesi, il tecnico ha richiamato alla memoria dei più distratti la sfida di quattro mesi fa a Reggio Emilia, un match in cui la formazione avversaria, sebbene poi sconfitta, non si è certo mostrata docile o arrendevole. Gattuso ha voluto specificamente smontare la percezione, forse diffusa tra alcuni, che la squadra moldava sia la stessa che ha subito una pesante sconfitta per 11-1 contro la Norvegia. “Loro non sono quelli”, ha rimarcato con decisione, indicando come sia fuorviante e pericoloso fossilizzarsi su un singolo episodio, per quanto eclatante. La sua analisi, del resto, punta a evidenziare una squadra con “giocatori interessanti” e delle normali difficoltà, ma assolutamente in grado di impensierire chiunque non si presenti con il giusto atteggiamento.
Il concetto di “rispetto” verso l’avversario è emerso come un leitmotiv imprescindibile del suo discorso, un ingrediente senza il quale nemmeno la migliore delle squadre può pensare di ottenere un risultato positivo. Secondo Gattuso, per “portare la vittoria a casa” dalla trasferta moldava, non basterà la superiorità tecnica, ma sarà indispensabile mettere in conto la fatica, una prestazione corale e un approccio mentale impeccabile. Ha sottolineato che “domani non sarà una passeggiata”, una frase che suona quasi come un manifesto della sua filosofia di lavoro, ereditata dalla sua carriera in campo e ora trasfusa nel suo ruolo in panchina.




