L’offensiva congiunta di Usa e Israele in Iran, le immagini satellitari mostrano l’entità dei danni alle infrastrutture militari
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
A oltre una settimana dall’inizio dell’operazione militare congiunta denominata “Epic Fury”, l’entità dei danni inflitti alle infrastrutture strategiche della Repubblica Islamica emerge in modo sempre più definito attraverso le immagini catturate dai satelliti. Le fotografie, diffuse dalla società di intelligence geospaziale Vantor e riprese da diverse testate internazionali, offrono una ricostruzione visiva del prima e del dopo sugli obiettivi colpiti dall’aviazione israeliana e statunitense a partire dal 28 febbraio. Si tratta di scatti che confermano la precisione e la vastità della campagna, la quale, secondo fonti militari israeliane citate nei giorni scorsi, avrebbe già neutralizzato una percentuale significativa delle capacità di difesa aerea iraniana, stimata attorno all’80 per cento dei sistemi.
L’analisi dei bersagli: basi missilistiche, siti navali e impianti di produzione
Le aree interessate dai bombardamenti, come documentato dalle immagini, coprono un arco geografico che si estende dalle coste del Golfo dell'Oman fino alle vicinanze della capitale Teheran. Tra i siti pesantemente danneggiati figurano basi missilistiche e installazioni navali nella regione di Chabahar, porto di cruciale importanza strategica affacciato sull’Oceano Indiano. Non sono stati risparmiati neppure gli impianti legati alla produzione e allo stoccaggio di vettori, come quelli situati nel complesso militare di Parchin, da anni al centro dell’attenzione internazionale per le sospette attività legate al programma balistico. Le fotografie satellitari mostrano inoltre crateri e strutture collassate in un sito di difesa aerea posizionato a Ghani Abad, a ulteriore riprova dell’intenzione dello schieramento guidato dagli Stati Uniti – con il presidente Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca – di degradare sistematicamente la capacità di reazione di Teheran. Colpiti, come evidenziano i report, anche depositi di droni a Bandar Barkhuh e velivoli schierati sulla pista della base aerea di Shiraz, a dimostrazione di una strategia che mira a colpire non solo le componenti fisse ma anche quelle dispiegate sul territorio.
L’intervista a Minniti e le preoccupazioni per le ricadute del conflitto
Nel contesto di una settimana che ha visto una mobilitazione bellica di tale portata, l’analisi delle dinamiche in atto si è spostata anche sul piano delle implicazioni per l’Occidente e per l’Europa in particolare. Ospite della trasmissione Sky Tg25, l’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della fondazione Leonardo Med-Or, Marco Minniti, ha offerto una lettura dello scenario regionale, concentrandosi sulle conseguenze strategiche di un conflitto che, a suo giudizio, rischia di ridefinire gli equilibri in medio oriente. Le sue considerazioni, rese a pochi giorni dall’avvio delle ostilità, hanno posto l’accento sulla complessità di una crisi che coinvolge attori statali e non, e sulla necessità per l’Europa di elaborare una risposta politica all’altezza della situazione. Parallelamente, l’attenzione del governo italiano rimane alta, specialmente per le possibili ricadute interne di una crisi internazionale di tale portata.
L’incertezza della presidente Meloni tra cautela e necessità di una linea chiara
La difficoltà di assumere una posizione netta e univoca emerge in modo evidente dalle comunicazioni che la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si prepara a rendere in Parlamento. Fonti vicine all’esecutivo riferiscono di una certa complessità nel definire quella che è stata definita una “chiave di lettura” della crisi, in grado di permettere al governo di guidare il dibattito anziché subirlo. Le dichiarazioni rese pubblicamente nella giornata di domenica tradiscono questa incertezza di fondo, riflettendo la necessità di mantenere aperte diverse opzioni strategiche in uno scacchiere in rapidissima evoluzione. Il tentativo di bilanciare la condanna dell’aggressione – o la non condivisione della stessa – con i solidi legami atlantici rischia di rivelarsi una posizione di breve durata, e già nelle prossime ore, probabilmente già domani, quella linea interlocutoria dovrà trasformarsi in un atteggiamento più definito e strutturato.
I numeri della prima settimana di “Epic Fury”
Nel frattempo, il bilancio puramente militare delle operazioni continua a essere aggiornato. Secondo le stime diffuse dal comando centrale americano e rilanciate dai media, nella sola prima settimana di guerra sarebbero stati colpiti oltre tremila obiettivi in territorio iraniano. Il computo include centri di comando e controllo, che costituiscono il sistema nervoso delle forze armate di Teheran, e un numero imprecisato di sistemi di difesa aerea, la cui distruzione è propedeutica per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Particolare attenzione è stata riservata alle forze navali: diverse unità di superficie e, secondo alcune fonti, anche sottomarini della Marina iraniana sarebbero stati presi di mira nei porti o durante le loro manovre, nel tentativo di impedire qualsiasi minaccia alla navigazione nel Golfo Persico e nello stretto di Hormuz.




