Otto marzo, la marea fucsia di ‘Non una di meno’ invade sessanta città italiane tra slogan e polemiche
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Redazione Interno
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Non è una ricorrenza da celebrare con la mimosa, o almeno non solo, e i corteli organizzati in tutta Italia per la Giornata internazionale della donna ne sono la prova tangibile: l’8 marzo diventa, ancora una volta, palcoscenico di una lotta che il movimento transfemminista ‘Non una di meno’ vuole radicale e intersezionale. Da Milano a Palermo, passando per Roma e Bologna, sono state decine di migliaia le persone scese in piazza, un fiume fucsia che ha unito sotto un’unica bandiera – o quasi – la protesta contro la violenza di genere, le guerre e quelle che vengono definite come politiche governative ispirate al patriarcato. A Milano, dove la partecipazione ha toccato secondo gli organizzatori le diecimila unità, il corteo si è snodato dalla Stazione Centrale fino a piazza Fontana, con un serpentone di slogan e striscioni che ha preso di mira il disegno di legge Bongiorno sulla violenza sessuale; “Senza consenso è stupro, senza dissenso è fascismo” hanno gridato in molti, mentre un gruppo di manifestanti, appartenente all’ala più antagonistica, è riuscito ad affiggere un cartello proprio su Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale, per poi salire simbolicamente sul cosiddetto Pirellino srotolando uno striscione a difesa degli spazi sociali.
La mobilitazione capillare e il racconto delle piazze del Sud
Il respiro della mobilitazione è stato nazionale e ha coinvolto con la stessa intensità anche le città del Mezzogiorno. A Palermo, circa un migliaio di persone – in larghissima parte ragazze, come sottolineano gli stessi organizzatori – hanno percorso le vie del centro partendo da piazza Ruggero Settimo per concludere la loro marcia in piazza Marina; in testa al corteo campeggiava lo striscione con la scritta “Le nostre vite valgono. Noi scioperiamo”, un messaggio che Simona Paladino di ‘Non una di meno’ ha voluto legare indissolubilmente alla preoccupazione per quella che ha definito una “forte deriva bellica e guerrafondaia” capace di riscrivere le priorità economiche e sociali del paese. Tra i cartelli sollevati dai manifestanti palermitani, ce n’era uno che recitava “Non mi fido dei compagni”, a testimoniare una critica che non risparmia nemmeno l’universo maschile tradizionalmente vicino alla sinistra, e un altro dal tono più acceso, “Ho voglia di lottare e non ho paura di morire”, a sottolineare la determinazione di una generazione che rivendica il proprio spazio.
La frattura romana e l’incidente diplomatico con le donne iraniane
Se a Milano e Palermo la giornata si è svolta senza particolari scossoni, a Roma il clima si è fatto improvvisamente teso quando, ancor prima della partenza del corteo da piazza Ugo La Malfa, è emersa una frattura destinata a lasciare il segno. Nel crogiolo di bandiere palestinesi e slogan contro il governo, un gruppo di cittadine iraniane ha cercato di unirsi al corteo per portare l’attenzione sulla situazione delle donne nel loro paese, vittime secondo loro della repressione del regime di Teheran. La reazione di alcune attiviste presenti è stata immediata e, a dir poco, categorica: hanno formato una catena umana per impedire l’accesso al gruppo, invitandolo ad allontanarsi con la motivazione che quella non era la sede per manifestare a favore di un intervento occidentale in Iran o, come riportato da alcune fonti, per non confondere la linea della piazza, saldamente contraria a ogni guerra. La situazione, degenerata in un acceso scambio verbale, ha richiesto l'intervento delle forze dell'ordine per separare le due fazioni e mantenere una distanza di sicurezza, mentre alle iraniane che tentavano di raccontare la loro storia ai giornalisti veniva chiesto dalle organizzatrici di allontanarsi. “Consenso sì, Bongiorno no”, hanno continuato a scandire i manifestanti, in un contrasto stridente con l’esclusione appena consumata; un episodio che ha sollevato più di una perplessità, con alcuni testimoni che hanno parlato di una gerarchia implicita tra le oppressioni, dove la lotta delle donne iraniane, se non allineata alla narrativa pacifista della piazza, non trova diritto di cittadinanza.
Bologna e le altre piazze tra performance e critica sociale
Un’altra declinazione della protesta si è vista a Bologna, dove la giornata si è aperta con un’azione performativa sul Crescentone: una tavola imbandita di fucsia su cui, al posto delle vivande, venivano servite domande scomode, quelle che le donne non vorrebbero più sentirsi rivolgere dalle famiglie (“Quando ti sposi?”, “Perché non sei a dieta?”), sostituite da un più umano “Come stai?”. Un modo ironico e pungente per mettere al centro il tema della cura di sé e della libertà dai canoni sociali, prima che nel pomeriggio il corteo si spostasse in via Indipendenza per uno “shopping alternativo” volto a boicottare il fast fashion e a solidarizzare con le lavoratrici domenicali. A rendere ancora più variegato il quadro delle proteste, l’Unione donne italiane (Udi) ha scelto invece di distribuire mimose sospese in un’altra zona della città, concentrando l’attenzione sulla cronica carenza di fondi destinati ai centri antiviolenza, un problema strutturale che rischia di vanificare anni di conquiste.
Description: Otto marzo di mobilitazioni per ‘Non una di meno’ in sessanta città italiane. A Roma tensione con un gruppo di iraniane allontanate dal corteo. Milano e Palermo in piazza contro la violenza e le guerre.




