Garlasco, l'ex comandante dei carabinieri Gennaro Cassese indagato per false informazioni ai pm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il delitto di Garlasco continua a riservare sviluppi inaspettati, e l'ultimo coinvolge proprio chi per primo si trovò a indagare sulla morte di Chiara Poggi. Gennaro Cassese, l'ex comandante della Compagnia dei carabinieri di Vigevano che all'epoca dei fatti coordinò le indagini preliminari, è finito nel registro degli indagati della Procura di Pavia con l'accusa di false informazioni al pubblico ministero.

Un'accusa che getta un'ombra lunga diciotto anni sulla gestione di alcuni interrogatori chiave, in particolare quello reso da Andrea Sempio il 4 ottobre del 2008, un atto che oggi si trova al centro di una nuova e serrata verifica giudiziaria.

Secondo le prime ricostruzioni, la contestazione mossa all'ex ufficiale, che ha raggiunto il grado di colonnello prima di andare in pensione, si concentrerebbe su due episodi specifici occorsi durante l'escussione di Sempio: il malore accusato dal giovane in caserma e il successivo allontanamento per recuperare uno scontrino del parcheggio, un documento che per anni è stato considerato un elemento cruciale per il suo alibi.

I magistrati, tuttavia, avrebbero rilevato alcune incongruenze nella verbalizzazione di quegli eventi, tanto da spingerli ad approfondire la posizione dello stesso Cassese, dopo che questi, sentito nuovamente in Procura, aveva risposto con una serie di "non ricordo" che non hanno convinto gli inquirenti. In particolare, gli atti dell'epoca non riporterebbero traccia né della sospensione dell'interrogatorio, né dell'arrivo dell'ambulanza del 118, intervenuta dopo che Sempio, all'epoca diciannovenne, aveva accusato un improvviso calo di pressione.

I vuoti di memoria di Cassese e il nodo dello scontrino

Il cuore dell'indagine a carico di Cassese ruota attorno alle sue dichiarazioni rese durante l'interrogatorio del 27 giugno in Procura, nel corso del quale l'ex comandante ha affermato di non ricordare i dettagli di quell'incontro del 2008.

Ai magistrati, che gli hanno mostrato la scheda del 118 che certifica l'intervento per lipotimia, Cassese ha risposto di non avere alcun ricordo del malore, mentre in merito all'eventuale sospensione del verbale per andare a recuperare il famoso scontrino del parcheggio di Vigevano, avrebbe ammesso che potrebbe esserci stata una pausa, anche se non ne è certo.

Queste amnesie, a cui si aggiunge la mancata annotazione dell'orario di sospensione, appaiono tanto più rilevanti se si considera che lo scontrino in questione è stato rivalutato dalla Procura come un "elemento sospetto" nella nuova inchiesta che vede Sempio indagato per l'omicidio di Chiara.

Proprio attorno a quel ticket si è sviluppato un altro fronte investigativo, con la Procura che cerca di far luce su come e quando il documento sia effettivamente entrato in possesso dei carabinieri, in quanto sarebbe emerso che il ragazzo non lo aveva con sé all'inizio dell'interrogatorio.

La difesa di Cassese e le reazioni

A fronte della notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati, Gennaro Cassese ha subito respinto le accuse, dichiarando pubblicamente di non aver ancora ricevuto alcun avviso di garanzia formale, pur non potendo escludere che il suo nome sia stato effettivamente iscritto dagli inquirenti. «Trovo singolare che escano queste notizie», ha commentato, difendendo con fermezza il lavoro svolto all'epoca: «Come si può sostenere che le indagini furono solo su Stasi? All'epoca sentimmo persone anche a Varese e in Puglia. raccogliemmo sommarie informazioni da oltre 300 persone». Pur ammettendo la possibilità che siano stati commessi errori investigativi, Cassese ha sempre rivendicato la correttezza e l'onestà intellettuale del suo operato: «Forse si può dire che sono stati fatti degli errori, ma ci siamo sempre comportati con buon senso. Oggi il quadro investigativo può essere cambiato anche grazie alle nuove conoscenze scientifiche, ma questa è un'altra storia».

Il suo legale, l'avvocato Valter Biscotti, ha definito l'atteggiamento della Procura «un po' anomalo», volto a ottenere un riscontro su aspetti di un'inchiesta che a suo avviso è già «di per sé abbastanza debole».

Una nuova ipotesi sul delitto: il ricatto come movente

Mentre la magistratura procede sul fronte giudiziario, sul versante giornalistico continua a emergere un'altra, e forse ancor più inquietante, ipotesi sulla dinamica che ha portato all'omicidio di Chiara Poggi.

Il giornalista Gianluca Zanella, nel format DarkSide – Storia Segreta d'Italia, ha avanzato una ricostruzione che parte da un interrogativo: perché Chiara, se realmente vittima di pressioni o di un'ossessione, non avrebbe mai parlato con il fidanzato o con la famiglia? Secondo Zanella, la chiave potrebbe risiedere in un'antica attività informatica risalente al 2006, individuata sul computer di casa Poggi, che farebbe pensare a un caso di e-whoring: l'utilizzo di foto di una persona inconsapevole per creare false identità online.

A questo elemento, il giornalista collega uno scambio di email del luglio 2007 tra Chiara e la stessa ragazza ritratta in quelle foto, da cui costruisce l'ipotesi di un ricatto da parte di un soggetto non identificato. La ricostruzione suggerisce che la ragazza, dopo un periodo di silenzio, avrebbe deciso di affrontare il ricattatore, minacciando di rendere pubblica la vicenda; una decisione che, secondo questa chiave di lettura, potrebbe aver innescato la spirale di violenza che ha portato alla sua morte.

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