La lenta agonia dei negozi sotto casa, tra affitti e consumi in crisi
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Redazione Economia
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Mentre Confcommercio Milano-Monza e Lodi si appresta a celebrare i suoi ottant'anni, l'atmosfera che si respira è tutt'altro che festosa, offuscata da un presente che, per molti esercizi di vicinato, si sta rivelando una lotta per la sopravvivenza. Una battaglia che, numeri alla mano, viene persa giorno dopo giorno: soltanto nel primo semestre dell'anno, il capoluogo meneghino ha visto chiudere per sempre quasi cinquecento attività, un dato che, seppur drammatico, è solo la punta di un iceberg ben più grande e preoccupante. La situazione, del resto, non è confinata alla sola Milano, ma si estende a macchia d'olio in tutta la regione, dove l'ultimo osservatorio di Unioncamere ha fotografato una emorragia di dimensioni storiche.
Un deserto commerciale in crescita
La Lombardia, che pure rimane un motore economico fondamentale per il paese, sta assistendo a una progressiva desertificazione del suo tessuto commerciale tradizionale, con ben 3.500 piccoli negozi di prossimità che hanno abbassato le saracinesce nell'arco degli ultimi cinque anni. Un fenomeno che, lungi dall'arrestarsi, ha anzi conosciuto una brusca accelerazione, se si considera che 1.840 di quelle chiusure si sono concentrate soltanto negli ultimi ventiquattro mesi. L'edizione 2025 dell'osservatorio regionale sul commercio in sede fissa, i cui dati sono aggiornati al 30 giugno, non fa che confermare una tendenza ormai strutturale, la quale, tra l'ascesa inarrestabile degli acquisti via internet, la stagnazione dei consumi e le oggettive difficoltà nel ricambio generazionale, sta mettendo in ginocchio un intero settore. Il risultato più estremo di questo processo lo si riscontra in quei 149 comuni lombardi dove, ormai, è presente al massimo un solo esercizio di vicinato, trasformando di fatto quei luoghi in veri e propri deserti commerciali.
La percezione quotidiana di un declino
Camminando per le vie del centro di Brescia, così come percorrendo le strade dei paesi della sua provincia, chiunque può rendersi conto di questa lenta agonia; la moria dei negozi, infatti, non è un dato astratto confinato nelle statistiche, ma un fatto tangibile che si manifesta nella progressiva scomparsa di volti noti e di attività storiche. Vedere l'amico di una vita, quello che per anni è stato dietro al banco del proprio negozio di fiducia, dover chiudere perché non ce la fa più, oppure assistere all'agonia di un imprenditore che non riesce a tenere aperto, sono fenomeni che ormai accadono sotto gli occhi di tutti, diventando una triste normalità. La questione delle cause, che alcuni individuano nella pressione della grande distribuzione e altri nei mutati stili di vita e nelle abitudini di consumo, rimane estremamente complessa, senza che da nessuna parte si intraveda, al momento, una soluzione capace di affrontare problemi che vanno analizzati da molteplici punti di vista.
La difficile ricerca di un equilibrio
Il commercio bresciano, in particolare, sta soffrendo in maniera significativa, avendo perso oltre ventunomila metri quadri di superficie di vendita nel giro di un triennio, un segnale chiaro di come la crisi stia erodendo non solo il numero degli esercizi, ma anche la loro stessa dimensione fisica. La concorrenza del web, che permette acquisti con pochi clic, si combina con il caro degli affitti e con una generale contrazione della spesa delle famiglie, creando una tempesta perfetta dalla quale è sempre più complicato uscire. La scomparsa di queste realtà, che non sono mere unità produttive ma presidi sociali e relazionali, rischia di alterare in modo permanente il volto dei quartieri e dei centri minori, privandoli di un pezzo fondamentale della loro identità e della loro vitalità quotidiana.




