La lenta agonia del rientro: italiani ancora bloccati tra Thailandia e Maldive, ma per alcuni si apre uno spiraglio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Dopo giorni di apprensione e di estenuanti attese trascorse tra i terminal aeroportuali e gli hotel, trasformati loro malgrado in prigioni dorate, per alcuni dei turisti italiani rimasti bloccati in Asia sudorientale a causa dell’escalation militare in Medio Oriente, comincia a delinearsi un percorso di rientro. La guerra, scatenatasi dopo gli attacchi coordinati che hanno visto coinvolti Stati Uniti e Israele contro l’Iran e che hanno portato Trump, nuovamente alla presidenza degli Stati Uniti, a gestire una delle crisi più acute degli ultimi anni, ha chiuso gli spazi aerei di mezza regione, costringendo le compagnie a cancellare centinaia di voli. È in questo quadro di incertezza geopolitica, che si sono ritrovati improvvisamente catapultati Gabriele Farneti, 47 anni, di Mercato Saraceno, e la sua compagna Monica, partiti il 18 febbraio per quella che doveva essere una vacanza idilliaca in Thailandia e che invece si è trasformata in un’odissea fatta di biglietti rinnovati e speranze ripetutamente disattese.
Dalla luna di miele in Thailandia allo scalo forzato alle Maldive
Tra i volti che, nelle ultime ore, hanno ritrovato un briciolo di serenità, spiccano quelli di Chiara Ravara e Luca Zini, la coppia di neosposi cremonesi la cui luna di miele in Thailandia sembrava non dover mai finire. Il loro viaggio di nozze, programmato per concludersi sette giorni fa, si era improvvisamente arenato di fronte all’impossibilità di effettuare lo scalo previsto a Dubai, hub cruciale divenuto impraticabile a causa delle ostilità. La coppia, come tanti altri connazionali, ha dovuto ingegnarsi per trovare una via alternativa, un percorso a ostacoli che li ha portati prima in Malesia e, infine, a Malé, la capitale delle Maldive, da dove un video li mostra finalmente più distesi in aeroporto. Una distensione che, forse, trova conforto nelle notizie arrivate dalla Farnesina: da Malé, infatti, sono stati facilitati due voli diretti verso Roma Fiumicino e Milano Malpensa, sebbene destinati inizialmente a circa sessanta passeggeri, principalmente persone in condizioni di fragilità. Non è chiaro se i due sposi rientreranno in questa prima tornata, ma la semplice possibilità che i rimpatri stiano per concretizzarsi rappresenta un balsamo per l’ansia che li ha accompagnati in questi giorni, seppur, come ci tengo a precisare, vissuti sempre in location di villeggiatura e lontani da qualsiasi pericolo reale.
Code estenuanti e prezzi folli: la cronaca di un’attesa senza fine
La situazione per molti altri, però, rimane critica e segnata da un logoramento psicologico non indifferente. Basti pensare all’esperienza di Rossana e Carmen, due delle quattro genovesi bloccate nell’aeroporto Suvarnabhumi di Bangkok. Il loro calvario, raccontato con voce stanca ai microfoni locali, dura da oltre due giorni e mezzo. Dopo che la loro compagnia, la Ethad, le ha di fatto abbandonate al loro destino senza fornire alcun supporto, le quattro amiche hanno deciso di spostarsi autonomamente da Phuket alla capitale thailandese, nell’illusione che un hub internazionale offrisse maggiori possibilità. L’intuizione era giusta, ma la realtà è quella di una bolgia di disperati: i voli ci sono, ma i posti no, e quando si trovano, i prezzi raggiungono cifre iperboliche. Si parte da tremila euro per arrivare a ventimila, fino a picchi di venticinquemila euro per soluzioni che prevedono scali improbabili tra Cina e Giappone, una follia che rende il rientro un lusso per pochi. La loro routine quotidiana è diventata quella di mettersi in fila ogni sera, passaporto alla mano, davanti ai banchi della compagnia di bandiera thailandese, ricevendo un numerino per poi ripresentarsi a notte fonda nella speranza di un posto, in un rituale che si ripete identico e frustrante da giorni. L’ambasciata le ha inserite in una lista, ma le priorità, giustamente, vanno a chi si trova in zone rosse o ha problemi di salute, lasciandole in una sospensione che logora.
La paura delle famiglie e l’incognita dei costi extra
Se per i giovani single o per le coppie l’attesa può essere solo estenuante, per le famiglie con bambini il peso diventa doppiamente gravoso. Ne sanno qualcosa Elena Feri e Daniele Peccia, partiti da Roma Fiumicino il 14 febbraio con le loro due figlie di 7 e 9 anni per una vacanza di due settimane a Phuket, con scalo a Doha. Il loro rientro, previsto per il primo marzo, è stato cancellato e, dopo giorni di totale stallo in cui i contatti con l’assistenza sembravano un labirinto senza uscita, hanno finalmente ottenuto una nuova prenotazione per l’11 marzo sera, con arrivo previsto a Roma il 12, passando per l’Oman. Un sollievo, certo, ma anche in questo caso l’incertezza lascia il segno: la vacanza è finita il 28 febbraio e dal primo marzo ogni giorno di permanenza forzata – hotel, vitto e quant’altro – rappresenta un costo extra che la famiglia sta sostenendo di tasca propria, senza alcuna certezza di rimborso futuro. L’alternativa era stata valutata, ma passava per Pechino a ottomila euro, una cifra proibitiva per quattro persone, o per soluzioni con scali a Seul e Singapore che offrivano posti singoli, inutilizzabili per una famiglia con due minorenni.
Oltre novemila italiani nel Golfo e l’effetto a catena in Asia
Il dramma dei turisti thailandesi, per quanto mediaticamente rilevante, è solo la punta di un iceberg ben più vasto. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla Farnesina, sono ancora 8.900 i turisti italiani presenti nei paesi del Golfo considerati a rischio: 92 in Bahrein, 948 in Qatar, 6.536 negli Emirati Arabi Uniti e 1.386 in Oman. Proprio da Mascate, in Oman, stanno partendo due voli diretti a Fiumicino con circa 350 connazionali a bordo, a dimostrazione che la macchina dei rientri, seppur lentamente, si è messa in moto. A questi si aggiungono i voli commerciali organizzati autonomamente dalle compagnie per favorire il rimpatrio degli oltre seimila turisti italiani rimasti in Thailandia e alle Maldive, un’area geografica vastissima che sta subendo un effetto a catena devastante. Il governo thailandese, dal canto suo, ha attivato misure di assistenza, prevedendo di offrire un contributo giornaliero di 2000 baht (circa 52 euro) ai turisti stranieri bloccati, un piccolo aiuto per chi, come molti, inizia a fare i conti con risorse economiche che si assottigliano giorno dopo giorno, in attesa che il cielo d’Asia torni a essere percorribile.




