Pellizzari in lacrime sul traguardo di Val Martello: «Per Stefano che non c’è più»

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il silenzio della Val Martello, rotto solo dal vento che scende dai ghiacciai, ha fatto da cornice a un urlo che nessuno si aspettava. Giulio Pellizzari, giovane marchigiano della Red Bull-BORA-hansgrohe, ha vinto la seconda tappa del Tour of the Alps – 147,5 chilometri da Telfs al traguardo altoatesino – e lo ha fatto con una potenza in volata che ha messo in fila Bernal, Arensman e Finn. Ma non è stata la prestazione atletica, per quanto dominante, a fermare il cronometro della memoria. È stato il pianto, quello irrefrenabile, a trasformare una vittoria in qualcosa di più profondo: «Per Stefano che non c’è più», ha gridato il camerte, mentre le lacrime gli impedivano quasi di parlare. Era una promessa fatta 203 giorni prima, e lui l’ha mantenuta sulle pendenze medie dell’8%, lì dove la fatica diventa geometria pura e il cuore, a volte, non riesce più a stare al gioco.

Una volata che vale tre maglie e una classifica da leader

La tappa, caratterizzata dalla lunga fuga solitaria di Mattia Gaffuri – ripreso solo sull’ultima asperità dal gruppo dei migliori – ha visto Pellizzari piazzare l’allungo decisivo nel momento più duro. Non una fuga a cronometro, non un attacco da lontano: una volata ristretta tra corridori che contano, vinta con le gambe di chi non ha più nulla da chiedere al proprio. Il risultato, sul piano strettamente agonistico, è un tris di simboli: la maglia verde Melinda di leader della classifica generale, la rossa dei punti e, come gli capita sovente, la bianca di miglior giovane. Il ciclismo italiano, da tempo alla ricerca di un riferimento sulle salite tirate, potrebbe averlo trovato nelle montagne che furono di Gustavo Thoeni. Non lontano da quelle nevi, un ragazzo di Camerino ha messo la propria firma su una classifica che ora è sua.

L’ombra di Stefano e il peso di un’attesa lunga 203 giorni

Nessun dettaglio sulla scomparsa di Stefano – la cronaca, si sa, ha riservi e pudori che vanno rispettati – ma il grido di Pellizzari ha riempito quel vuoto con una forza che va oltre lo sport. La dedica, spezzata dal singhiozzo, è arrivata come un’incisione rupestre: asciutta, definitiva, senza retorica. Il corridore non ha spiegato, non ha raccontato storie: ha solo urlato e poi pianto. In quel pianto c’era l’intero arco di un’assenza, il conto alla rovescia di sei mesi e mezzo di attesa, il peso di un ricordo che non si allena in salita ma che, in salita, si porta ugualmente. Chi ha visto la scena – pochi giornalisti e alcuni tifosi ammutoliti – ha riferito di un abbraccio del suo direttore sportivo, ma anche quello è passato in secondo piano. La scena era tutta lì: un ragazzo in maglia verde che trema, non per il freddo.

Domani il Giro attraversa l’Altopiano della Paganella

La corsa non si ferma. Mercoledì 22 aprile 2026, la terza tappa da Laces (BZ) ad Arco (TN) transiterà sull’Altopiano della Paganella, toccando la Valle di Non lungo la statale e la provinciale dal Castellaz fino alla Rocchetta. Il percorso segue la destra Noce, sale verso Spormaggiore, Cavedago, Andalo e Molveno, per poi scendere in direzione di San Lorenzo Dorsino. Per Pellizzari, leader con un margine ancora da verificare sulle rampe che verranno, sarà il primo vero banco di prova di una maglia che non concede tregua. La cronaca giudiziaria non c’entra, qui. C’entra invece un uomo in bicicletta che ha trasformato il dolore in volata, e che adesso deve difendere la promessa che ha appena scritto – o forse, semplicemente, continuare a pedalare.

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