Legge elettorale, il centrodestra valuta il ballottaggio: la mossa che spacca la maggioranza
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La scadenza per la presentazione degli emendamenti alla riforma elettorale, fissata per domani a mezzogiorno in commissione Affari costituzionali al Senato, ha riaperto il cantiere di una delle riforme più spinose per la maggioranza. Dopo la pausa estiva, il tavolo dei partiti di centrodestra sta valutando una modifica sostanziale al testo approdato a Palazzo Madama, con l'obiettivo di introdurre il meccanismo del ballottaggio per l'assegnazione del premio di maggioranza.
Un'ipotesi che, tuttavia, rischia di aprire una profonda spaccatura all'interno della coalizione di governo, già messa a dura prova dal caso Vannacci e dalle difficoltà di trovare una sintesi su preferenze e norme tecniche.
La proposta Pera e il nodo delle percentuali
Ad accendere il dibattito è stato l'ex presidente del Senato Marcello Pera, esponente di Fratelli d'Italia, che ha depositato un emendamento per ripristinare il doppio turno. Secondo la proposta illustrata in commissione, il premio di maggioranza sarebbe assegnato alla coalizione che al primo turno raggiunge il 48% dei consensi, ma se nessuna supera questa soglia, si procederebbe a un ballottaggio tra le prime due coalizioni che abbiano ottenuto almeno il 38% dei voti.
L'idea, che nella prima versione del testo era già stata presa in considerazione per poi essere accantonata, è stata caldeggiata anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale ha però ammesso che "rivoluzionare all'ultimo minuto" appare un'operazione complessa. Non si tratta, tuttavia, dell'unica ipotesi sul tavolo: secondo alcune fonti, Forza Italia starebbe lavorando a una controproposta che abbasserebbe la soglia per il premio al 40%, con un meccanismo di ballottaggio che scatta solo in caso di pareggio tra le coalizioni che superano tale quota.
Questa divergenza tecnica è già indice delle tensioni che attraversano il centrodestra.
La mossa della paura e le reazioni di Vannacci
La crescente attenzione per il ballottaggio è letta da molti osservatori come una manovra per arginare l'ascesa di Roberto Vannacci. Il leader di Futuro Nazionale, che secondo gli ultimi sondaggi si attesterebbe intorno all'8%, ha infatti accolto la proposta con una dura bordata, definendola la "mossa della paura".
In un post sui social, Vannacci ha attaccato la maggioranza sostenendo che la legge elettorale non viene pensata per gli italiani o per garantire la governabilità, ma "per cercare di neutralizzare un avversario che, democraticamente, si sta consolidando nel panorama politico italiano". L'idea che il ballottaggio possa servire a isolare il generale, costringendolo a schierarsi al secondo turno o a restare fuori dalla coalizione di governo, è un tema che circola insistentemente negli ambienti di maggioranza e che sta alimentando lo scontro politico.
La strategia, che potrebbe permettere a Giorgia Meloni di non includere Vannacci nella coalizione al primo turno per poi attrarne i voti al secondo, incontra però la ferma opposizione della Lega. Il partito di Matteo Salvini teme che il doppio turno finisca per favorire proprio Vannacci, vanificando il richiamo al voto utile su cui punta il centrodestra.
Le incognite tecniche e la posizione delle opposizioni
Al di là delle valutazioni politiche, il ballottaggio presenta anche delicati profili tecnico-costituzionali che gli sherpa della maggioranza devono sciogliere. Il timore è che un doppio turno possa generare maggioranze differenti tra Camera e Senato, paralizzando di fatto il sistema. Un rischio che si aggiunge ai dubbi sollevati dalla cosiddetta "taglia cespugli", la norma che esclude dal calcolo della percentuale della coalizione i partiti sotto il 3%.
Anche su questo fronte, diversi tecnici della maggioranza avrebbero rilevato seri profili di incostituzionalità, spingendo verso un possibile ritiro dell'emendamento. Intanto, le opposizioni, che hanno già bocciato ogni tentativo di confronto parlamentare, preparano una controffensiva per bloccare quella che definiscono una legge "plebiscitaria" e "fatta su misura" per Meloni.
I partiti del campo largo stanno mettendo a punto un pacchetto di circa un migliaio di emendamenti per provare a stravolgere il testo, annunciando battaglia in aula e nelle piazze.
L'accordo sulle preferenze e la scadenza di settembre
Nonostante le divisioni sul ballottaggio, la maggioranza sembra aver trovato una sintesi sull'altro tema centrale della riforma: il ripristino delle preferenze. L'emendamento, che sarà presentato in modo unitario dai partiti di governo, prevede il voto di preferenza per i candidati con capolista bloccato e l'alternanza di genere. La strada verso l'approvazione definitiva della legge, ribattezzata "Stabilicum" dalla maggioranza e "Melonellum" dalle opposizioni, è ancora lunga e tortuosa.
Dopo la scadenza degli emendamenti di domani, il testo è atteso in Aula al Senato il 9 settembre per il voto finale, previsto per il 15. A quel punto, se la Camera dovesse approvare modifiche, il testo tornerebbe a Montecitorio per un ulteriore passaggio. Un iter che si preannuncia infuocato, con il governo che cerca di blindare la riforma nonostante i veti incrociati e le tensioni che, a poche ore dalla scadenza, rischiano di far saltare il banco.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
