La riforma elettorale si arena sul ballottaggio, FdI fa marcia indietro per non rompere la coalizione
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Redazione Interno
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La data cerchiata di rosso sul calendario politico è il 9 settembre, giorno in cui la riforma della legge elettorale approderà in aula al Senato per l'esame definitivo. Tuttavia, la partita vera sul secondo turno, che si sarebbe dovuta giocare in commissione Affari costituzionali, sembra già chiusa prima ancora di cominciare. L'emendamento che introduce il ballottaggio, presentato dal senatore di Fratelli d'Italia Marcello Pera, è rimasto un'iniziativa a titolo personale, priva del sostegno ufficiale del partito, e la sua parabola politica si è esaurita in poche ore.
Il ritiro strategico di FdI e il veto della Lega
Fratelli d'Italia ha scelto la strada della prudenza, ritirando la proposta del doppio turno per non incrinare l'unità della maggioranza. Una scelta obbligata, considerando che sia la Lega sia Forza Italia hanno espresso un secco diniego a qualsiasi ipotesi di secondo scrutinio, qualora nessuna coalizione raggiungesse una soglia predeterminata di voti.
Il vicepremier Matteo Salvini, intervenendo per primo sulla questione, ha messo fine a ogni ambiguità con una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni: "Siamo contrari al ballottaggio, abbiamo firmato un accordo sulla legge elettorale che prevede le liste, prevede le preferenze, basta". Il leader del Carroccio ha poi motivato la sua posizione con un argomento di carattere pratico, sottolineando come sia fuori luogo chiedere agli elettori di tornare alle urne dopo soli quindici giorni dalla prima votazione.
La battaglia solitaria di Pera e il nodo delle percentuali
La proposta del senatore Marcello Pera, che pure aveva trovato spazio nei giorni precedenti come possibile soluzione di compromesso, prevedeva l'attivazione del ballottaggio solo al verificarsi di condizioni molto specifiche: nessuna coalizione avrebbe dovuto raggiungere il 48% dei voti in entrambe le Camere, mentre almeno due forze politiche avrebbero dovuto superare la soglia del 38%. Un meccanismo pensato per garantire la governabilità, ma che alla prova dei fatti si è rivelato troppo macchinoso e poco condiviso all'interno della maggioranza di centrodestra.
Pera ha portato avanti questa sua battaglia personale da tempo, convinto che il doppio turno rappresenti un'evoluzione necessaria del sistema elettorale italiano, ma senza il sostegno del suo stesso partito e dei partner di governo la sua iniziativa è destinata a restare un esercizio teorico.
Le reazioni delle opposizioni e il sospetto del disegno su misura
La posizione delle forze di opposizione è stata netta e critica, con i partiti del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle che hanno denunciato una legge elettorale costruita per consolidare il potere della destra. Secondo questa lettura, l'intera architettura della riforma sarebbe studiata su misura per favorire Roberto Vannacci, generale e deputato di FdI, la cui popolarità personale potrebbe trainare le preferenze in un sistema che premia i candidati più noti.
Il doppio turno, nella visione delle opposizioni, era l'ultimo tassello di un disegno complessivo volto a blindare la maggioranza, ma il veto leghista ha fatto saltare il banco. La discussione in commissione al Senato procede comunque sul testo base, ma il secondo turno è ormai un capitolo archiviato, e l'attenzione si sposta ora sui restanti punti della riforma, come il sistema delle preferenze e le soglie di sbarramento, che continuano a dividere gli alleati di governo.
La legge elettorale resta un cantiere aperto tra tensioni interne
Nonostante il fallimento della proposta sul ballottaggio, il percorso della riforma elettorale prosegue nel suo iter parlamentare, seppur minato da profonde divergenze interne alla coalizione. Fratelli d'Italia, che pure aveva lasciato spazio all'iniziativa di Pera nei primi giorni di discussione, ha preferito fare un passo indietro per salvaguardare il patto con Salvini e Tajani, consapevole che una spaccatura sulla legge elettorale potrebbe avere conseguenze ben più gravi di un emendamento cestinato.
L'accordo di base, che prevede un sistema con liste bloccate e preferenze, rimane in piedi, ma le polemiche sulle modalità di attribuzione dei seggi e sulle soglie minime per entrare in Parlamento sono destinate a riaccendersi nei prossimi giorni, quando il testo approderà in Aula. Il 9 settembre, quindi, sarà solo l'inizio di una battaglia più lunga, in cui il ballottaggio non sarà più sul tavolo, ma le fratture tra i partiti di maggioranza restano tutte da ricucire.
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