Il turismo italiano tra resilienza e conflitti: arrivi in crescita, ma cambia la geografia dei visitatori
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Redazione Esteri
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Il comparto turistico nazionale, nonostante le turbolenze internazionali che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, continua a registrare un trend complessivamente positivo, sebbene con alcune significative variazioni strutturali nella composizione dei flussi. Gli scenari di guerra, infatti, pur non incidendo in modo drastico sul numero complessivo degli arrivi, hanno operato una sorta di selezione silenziosa nella provenienza dei viaggiatori: da un lato si registra una tenuta, anzi un incremento, della componente italiana ed europea; dall’altro, si assiste a una sensibile contrazione della presenza americana e, più in generale, dei visitatori provenienti da paesi extraeuropei. Una dinamica che ridisegna il profilo del turista medio, spostando l’asse verso mercati geograficamente e psicologicamente più vicini, meno sensibili – o quantomeno meno esposti – alle tensioni che attraversano il Mediterraneo orientale e il corridoio del Golfo.
In questo quadro, le città d’arte si preparano ad accogliere l’ondata pasquale con un’offerta culturale ampliata, nell’intento di intercettare proprio quella domanda domestica e continentale che ha mostrato maggiore resilienza. A Napoli, per citare un caso emblematico, l’assessore al Turismo Teresa Armato ha sottolineato come la vasta proposta di mostre, unita a nuovi percorsi di fruizione come quello recentemente inaugurato sui tetti del Duomo, rappresenti un’attrattiva capace di bilanciare le eventuali defezioni provenienti da aree geografiche lontane. Una strategia, questa, che punta sulla valorizzazione del patrimonio locale per consolidare un turismo di prossimità, meno volatile e più legato alle peculiarità identitarie del territorio.
Se il dato aggregato sugli arrivi mostra segni di vitalità, il settore del turismo organizzato e delle agenzie di viaggio sta invece scontando il peso specifico del conflitto in Medio Oriente in modo particolarmente acuto. Secondo un’analisi condotta dal Centro studi turistici di Firenze per conto di Assoviaggi Confesercenti, su un campione rappresentativo di 681 agenzie, dall’escalation del conflitto a oggi sono state conteggiate oltre settemilacento prenotazioni cancellate, riprogrammate o dirottate verso altre destinazioni. Un flusso interrotto che si traduce in un impatto economico complessivo stimato intorno ai cento milioni di euro: una cifra che fotografa la fragilità di un comparto ancora fortemente dipendente dalla stabilità geopolitica per la pianificazione dei viaggi organizzati, quelli che richiedono maggiore anticipo e investimenti.
A complicare ulteriormente lo scenario, si aggiunge la criticità legata ai costi del trasporto, un nodo che rischia di strozzare la ripresa dei flussi di gruppo già a partire dalla prossima estate. Giovannino Montanari, fondatore della Montanari tour e figura storica del settore che quest’anno festeggia mezzo secolo di attività, ha lanciato un allarme preciso: se i prezzi del gasolio non dovessero registrare una flessione, molti gruppi organizzati potrebbero essere costretti a rinunciare alle tradizionali vacanze sulle spiagge romagnole. Un monito che arriva da chi, come Montanari, ha costruito un’esperienza cinquantennale nel segmento dei viaggi di gruppo e conosce bene la sensibilità del comparto alle oscillazioni delle variabili energetiche.
Il crollo del corridoio aereo e il peso delle cancellazioni sui cieli chiusi
Il capitolo più delicato, tuttavia, rimane quello del trasporto aereo, vero e proprio termometro della salute del settore. Il conflitto in Medio Oriente, nelle sue prime settimane, ha già prodotto una mole impressionante di disservizi: oltre settantamila voli cancellati, che si traducono in circa quattordici milioni di passeggeri rimasti a terra. Un numero destinato a incidere per miliardi di euro sull’indotto che gravita attorno agli scali, dagli hotel ai ristoranti, passando per musei e attività commerciali. A pesare non è solo la sospensione immediata dei collegamenti, ma la chiusura di fatto del principale corridoio per i flussi tra Europa e Asia, un’arteria vitale gestita da colossi del settore come Emirates, Qatar Airways ed Etihad Airways. Queste compagnie, che insieme offrivano annualmente un terzo dei posti disponibili sulla rotta Oriente-Occidente, si sono trovate a dover ricalcolare le proprie rotte, con conseguenze a cascata sulla disponibilità di posti e sui costi. A rendere la situazione ancora più ingestibile per le agenzie e per i tour operator, si aggiunge l’impennata del prezzo del cherosene, più che raddoppiato rispetto a meno di un mese prima, un incremento che costringe a continui ricalcoli dei preventivi e mette a rischio la marginalità di pacchetti già messi in vendita.




