La deputata Bakkali sospesa per cinque giorni: «Così difendiamo la Costituzione»
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Redazione Interno
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La dichiarazione, netta e priva di ambiguità, arriva dalla deputata ravennate Bakkali, la quale – insieme ad altri trentuno parlamentari – ha subito una sospensione di cinque giorni per aver fisicamente impedito, lo scorso 30 gennaio, una conferenza stampa di CasaPound all’interno di Montecitorio. Un provvedimento che la diretta interessata definisce, in buona sostanza, una punizione di maggioranza, benché la motivazione ufficiale faccia riferimento alla violazione del decoro dell’aula. «Abbiamo difeso le istituzioni», sostiene Bakkali, spiegando che l’azione, tutt’altro che violenta secondo la sua ricostruzione, mirava a impedire l’accesso negli spazi solenni del Parlamento a soggetti che si dichiarano apertamente e orgogliosamente fascisti e neonazisti. Una scelta di campo, la loro, che viene presentata come un atto di messa in gioco personale, quasi una barriera fisica posta a presidio della Carta costituzionale.
La genesi della protesta: una proposta di legge sulla remigrazione
L’episodio, che ha assunto contorni quasi grotteschi per la sua carica simbolica, trae origine da un’iniziativa promossa dal deputato calabrese della Lega, Domenico Furgiuele. Costui aveva invitato a Montecitorio alcuni esponenti dei movimenti di ultradestra, tra cui quelli legati a CasaPound, per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare sulla cosiddetta “remigrazione”. Un termine che, ironia della sorte, neppure i suoi stessi sostenitori sembrano padroneggiare appieno nella sua concreta attuazione: la norma in questione mirerebbe all’espulsione di tutte le persone immigrate la cui presenza venga giudicata “problematica” per un qualche motivo, ciò anche a fronte di un regolare permesso di soggiorno. La conferenza stampa, dunque, non si è tenuta: i trentadue parlamentari, posizionandosi davanti al luogo dell’evento, ne hanno di fatto reso impossibile lo svolgimento, scatenando una reazione disciplinare che l’ANPI ha immediatamente stigmatizzato.
La presa di posizione dell’ANPI e le critiche di Silvia Salis
L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con una nota secca, ha espresso «forte protesta» per la decisione di sanzionare chi, in modo pacifico, aveva contestato la presenza in Parlamento di esponenti dichiaratamente neofascisti. Secondo l’ANPI, a questi parlamentari andrebbe invece riconosciuto il merito di aver impedito un oltraggio alle istituzioni repubblicane, le quali – non va dimenticato – sono nate dalla Resistenza e si fondano su un principio antifascista chiaro e non negoziabile. Una linea, questa, che trova eco nelle parole di Silvia Salis, sindaca di Genova, la quale ha ironicamente messo in discussione le priorità della maggioranza: «Forse mi sbaglio, ma il centro sociale di CasaPound a Roma non è stato ancora sgomberato?». La domanda, retorica fino a un certo punto, sottende un ragionamento preciso: prima di infliggere sanzioni ai deputati, ci si potrebbe chiedere perché un luogo fisico dichiaratamente riconducibile all’estrema destra radicale continui a operare senza che venga toccato.
I numeri della sanzione e il peso politico dell’episodio
Trentadue i deputati sospesi, un numero non casuale che restituisce la portata collettiva di un gesto pensato come forma di disobbedienza civile all’interno delle stesse mura che dovrebbero rappresentare la massima istituzione democratica. Tra i nominati, emergono anche quelli dei calabresi Stumpo e Orrico, a dimostrazione di come la protesta abbia attraversato trasversalmente le appartenenze territoriali, pur concentrandosi su un fronte politico preciso. Bakkali, nel difendere la propria condotta, ha rivendicato la scelta di mettere il proprio in mezzo, quasi come un argine vivente all’ingresso di ciò che considera una sovversione dall’interno. La maggioranza, dal canto suo, ha risposto con i regolamenti: le sanzioni sono state comminate “a colpi di maggioranza”, come li definisce la deputata ravennate, trasformando un atto di protesta in un caso disciplinare che però, nelle sue pieghe, interroga il limite tra la difesa della democrazia e l’ordine dell’aula.




