Riforma della medicina generale: più medici, non più posti fissi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La riforma della medicina generale, attualmente al centro del dibattito politico e sanitario, sembra poggiare su un presupposto che l’Istituto Bruno Leoni definisce, con un eufemismo, “ingenuo”: l’idea che trasformare i medici di famiglia da liberi professionisti a dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) possa risolvere i problemi strutturali dell’assistenza territoriale. Secondo l’istituto, il nodo critico non risiederebbe nella natura contrattuale dei medici, bensì nella carenza numerica di professionisti, un vuoto che nessun cambio di status potrebbe colmare.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha ribadito che il governo non intende privatizzare il sistema, ma piuttosto integrare i medici di medicina generale all’interno delle Case della Comunità, strutture considerate fondamentali per rilanciare la medicina territoriale. “Stiamo discutendo con le regioni”, ha dichiarato Schillaci, sottolineando che non esiste ancora una posizione unitaria, ma che nei prossimi giorni si cercherà di chiarire le idee.

Tuttavia, la proposta di rendere i medici di famiglia dipendenti del Ssn non convince tutti. C’è chi, come Marcello Valdini, sostiene che questa trasformazione rischi di snaturare la figura del medico di famiglia, tradizionalmente legata a un rapporto di prossimità e intimità con il paziente. Un legame che, negli ultimi decenni, si è progressivamente allentato, passando da una relazione quasi confidenziale – con il medico che accompagnava il paziente “dalla culla alla tomba” – a una dinamica più distante, quasi anonima.

D’altra parte, c’è chi accusa gli oppositori della riforma di difendere solo il proprio status professionale, ignorando le criticità del sistema. Roberto Polillo, Saverio Proia e Mara Tognetti, in una lettera al direttore, hanno evidenziato come l’emergenza del Ssn sia il risultato di responsabilità plurime, accumulate nel tempo da diverse forze politiche. Per anni, si è pensato di risolvere le disuguaglianze territoriali e le carenze strutturali attraverso una razionalizzazione dell’assistenza ospedaliera, trascurando però il ruolo cruciale della medicina territoriale.

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