Il nodo del Golfo non è più la guerra lampo ma la capacità di resistere alla logica dell’attrito

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’invio di nuove forze americane nel Golfo, lungi dal rappresentare un semplice e prevedibile segnale di allarme per un possibile allargamento del conflitto, racconta in realtà un mutamento strutturale nella natura stessa dei conflitti contemporanei. Le guerre, oggi, non si misurano più sull’asse della rapidità, ma su quello della durata; si allungano, si intrecciano ad altri teatri — talvolta lontani, talvolta solo apparentemente secondari — e si giocano su un terreno che non è più esclusivamente militare, bensì politico, economico e persino narrativo. La vera sfida, dunque, non consiste nel conseguire un successo rapido, quanto piuttosto nel gestire la tenuta strategica di fronte a una durata imprevedibile e a una propagazione inarrestabile.

I numeri di una strategia di logoramento

A scattare la fotografia più nitida della situazione sono i numeri, che in questo caso non mentono. Dall’inizio della crisi, i pasdaran hanno scagliato contro le monarchie sunnite del Golfo e la Giordania oltre 5.609 «proiettili»: di questi, 4.422 erano droni-kamikaze — piccoli, insidiosi, difficili da intercettare — e 1.187 missili. Un arsenale imponente che rivela con crudezza la strategia d’attrito messa in atto da Teheran, una strategia che non fa distinzioni nei confronti dei vicini, neppure di quelli con i quali, in passato, aveva intrattenuto relazioni meno conflittuali. Un bilancio, quello fornito, destinato a essere aggiornato nelle ore successive, perché i colpi non accennano a diminuire.

Il bivio delle monarchie sunnite

Le capitali sunnite, di fronte a questa pressione incessante, si trovano oggi a un bivio. Da un lato, c’è la tentazione di una reazione armata decisa, quella che punirebbe l’Iran con la stessa moneta per ristabilire un equilibrio di deterrenza; dall’altro, la consapevolezza che una risposta esclusivamente militare rischierebbe di innescare un’escalation dalla quale sarebbe poi difficile uscire. Le divisioni, tra chi propende per la linea dura e chi invece valuta ancora percorribile la via del dialogo, sono profonde. In questo quadro, il dispiegamento di nuovi contingenti di marines — i primi attesi in prossimità dell’Iran entro venerdì — funge da elemento di ulteriore complessità. Significa, di fatto, che le dichiarazioni di Trump su presunte trattative in corso con l’Iran, o con una parte del regime iraniano, potrebbero essere contemporaneamente vere e, al contempo, pura tattica. Una cortina fumogena, forse, nell’attesa che si creino le condizioni sul terreno per un’operazione di terra.

Un mondo con tre guerre attive e un petrolio in bilico

Lo scenario internazionale, del resto, non offre sconti. Il 30 marzo 2026, per citare una data tra le più recenti, non ha regalato un solo giorno di tregua. Ci si muove in un contesto segnato da tre guerre attive, con il prezzo del petrolio che schizza verso l’alto e gli stretti marittimi — vere e proprie arterie del commercio globale — pronti a chiudersi da un momento all’altro. Una fragilità sistemica che ha un nome e un volto, quello di un presidente americano che sembra brancolare, annunciare vittorie mentre invia rinforzi, dichiarare aperture diplomatiche mentre schiera marines. Una contraddizione che non è confusione, ma forse il nuovo modo di governare la durata di un conflitto: tenere aperte tutte le opzioni, militari e politiche, senza sceglierne definitivamente una, in attesa che siano i fatti sul terreno a imporre la direzione.

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