Il predestinato di Casalecchio che ha riportato l'Italia in vetta: da quel giorno sui kart a Sarno al trionfo in Cina
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Non erano bastati che un paio di giri, nel 2014, sulla pista di Sarno, a Giovanni Minardi – figlio di Gian Carlo e fondatore della Minardi Management – per capire che quel bambino dagli occhi vispi e dal casco ancora troppo grande, un certo Andrea Kimi Antonelli, allora di appena otto anni, non fosse semplicemente un giovane promettente, ma qualcosa di profondamente diverso, qualcuno destinato, con una traiettoria netta e inesorabile, a lasciare un segno indelebile nella storia della Formula 1. E in effetti, quel bambino, cresciuto a Casalecchio di Reno, nel cuore della Motor Valley, a pochi chilometri da quel mito di Maranello che per un pilota italiano rappresenta il sogno di una vita, quel bambino ieri, sul circuito di Shanghai, ha infranto un digiuno che durava da venti lunghi anni, riportando il tricolore sul gradino più alto del podio di un Gran Premio, un’impresa che a Giancarlo Fisichella, ultimo italiano a riuscirci in Malesia nel 2006, era riuscita in un’era geologica fa per il mondo della Formula 1.
La storia del primo successo iridato di Antonelli, arrivato con una Mercedes dominante e con una pole position convertita in vittoria nonostante la pressione mostruosa di un sorpasso subito da Lewis Hamilton – proprio lui, il sette volte campione del mondo che ha lasciato il sedile alla Mercedes per approdare in Ferrari – e il tentativo di rimonta nelle fasi finali del suo stesso compagno di squadra George Russell, è però una storia che affonda le radici molto più indietro nel tempo, ben prima del debutto in F1 del 2025 e persino prima del suo ingresso nell’academy delle Frecce d’Argento nel 2019. È una storia fatta di incroci mancati, di valutazioni prudenti e di una scommessa, quella di Toto Wolff, che a molti parve folle quando decise di affidare a un diciottenne con zero gare di F1 alle spalle l’eredità di un mostro sacro come Hamilton. E c’è, in questa genesi, un passaggio che suona quasi paradossale per chi guarda oggi il bolognese sfrecciare in tuta argentata: il fatto che la Ferrari, la scuderia di casa, quella che aveva il ragazzo letteralmente a due passi, ebbe tra le mani la possibilità di plasmarlo, di farlo crescere in rosso, eppure lasciò che quel talento così cristallino e prepotente, già emerso nei kart con la Tony Kart, prendesse un’altra direzione.
Massimo Rivola, allora a capo della Ferrari Driver Academy e oggi figura di primo piano in Aprilia, aveva notato il piccolo Antonelli, lo aveva portato a Maranello per fargli conoscere il simulatore, e il gradimento, da parte sua e non solo, era totale. Ma ai vertici di allora, quelli che valutarono l’investimento su un bambino, sembrò forse prematuro, poco etico o semplicemente troppo rischioso puntare su un undicenne, e così, mentre a Maranello si preferiva attendere, la macchina organizzativa della Mercedes, con la sua capacità di visione prospettica, si mise in moto silenziosamente. Fu lo stesso Marco Antonelli, padre di Kimi e ex pilota a sua volta, a raccontare come l’unico contatto vero con la Rossa si fosse consumato e concluso lì, con un “troppo piccolino” che suona oggi come una delle occasioni più sfumate nella recente storia sportiva italiana. Toto Wolff, invece, non ebbe esitazioni: ascoltò Giovanni Minardi che gli parlava di quel fenomeno con una convinzione tale da spingerlo a inviare subito un suo uomo a vederlo ad Adria, dove Kimi fece una gara semplicemente perfetta, e il resto, come si suol dire, è cronaca di una scalata fulminea attraverso le formule minori, dove ha vinto tutto e subito, dalla Formula 4 alla Regionale, bruciando le tappe e saltando addirittura la Formula 3.
La gestione umana di un talento, tra Playstation e compiti di scuola
Se il motore e la strategia vincente portano la firma di Wolff e della Mercedes, la costruzione dell’uomo prima che del pilota è merito di un ambiente familiare solido e ben piantato a terra, lontano dalle luci abbaglianti del circo mediatico. Marco Antonelli, pur avendolo messo su un kart a soli sei anni, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nel dosare le pressioni e le aspettative, mentre la madre Veronica ha avuto il compito altrettanto cruciale di ricordargli che, al di là dei cordoli e dei traguardi, c’era una vita fatta di amicizie, di scuola e di normalità, quella stessa normalità che gli ha permesso di crescere con i piedi per terra e la testa sulle spalle, nonostante i riflettori. Lo raccontano gli amici di Bologna e della vicina San Marino, dove è spesso tornato per ritrovare le sue radici e i suoi affetti: lo descrivono come un ragazzo che ama ritrovarsi con i compagni di sempre, giocare alla Playstation e frequentare i locali della zona, una dimensione quasi surreale se paragonata alla velocità e alla solitudine del casco, ma che costituisce la sua ancora di salvezza in un mondo ipercompetitivo e senza pietà. È forse questa dualità, questa capacità di scindere la vita pubblica da quella privata, a costituire il suo segreto, quella maturità precoce che gli ha permesso di assorbire le critiche e gli errori del primo anno in F1 – quando alcuni lo davano per immaturo o frettoloso – senza mai perdere la bussola, continuando a lavorare sodo e a credere nel progetto. Wolff stesso, al termine della gara cinese, visibilmente commosso, ha voluto mandare un messaggio inequivocabile a chi, solo pochi mesi prima, definiva un azzardo la sua promozione: con un secco “Eccoci qui, Kimi. Vittoria”, ha voluto sottolineare come la coerenza e la fiducia nel talento grezzo ma immenso del ragazzo siano state ripagate nel modo più eclatante. E mentre i due titani Hamilton e Leclerc si davano battaglia per il gradino più basso del podio, regalando sprazzi di duello entusiasmante, Antonelli lassù, in testa, amministrava con una freddezza e un controllo che non ti aspetteresti da un diciannovenne, tenendo a bada il suo stesso compagno di squadra e dimostrando che quella stoffa lì, quel qualcosa di “mai visto prima” che Minardi intuì dodici anni fa a Sarno, era finalmente maturato, diventando realtà sotto gli occhi di tutto il mondo.




