Benevento, soldi per snellire le pratiche: Santamaria resta in carcere
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Redazione Interno
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La richiesta, avanzata dai difensori Andrea e Matteo De Longis insieme ad Antonio Di Santo, prevedeva l’applicazione del braccialetto elettronico; una soluzione che, nelle intenzioni della difesa, avrebbe dovuto consentire al 63enne dirigente di affrontare la fase iniziale del procedimento in un contesto meno duro rispetto a quello del carcere di contrada Capodimonte. Il giudice per le indagini preliminari, Maria Amoruso, ha però ritenuto prevalenti le esigenze cautelari, convalidando l’arresto avvenuto in flagranza e rigettando la richiesta di domiciliari. L’interrogatorio di garanzia, svoltosi ieri nel pomeriggio all’interno dell’istituto penitenziario, ha rappresentato il momento centrale per la valutazione delle accuse: secondo quanto emerso, a Santamaria – figura di primo piano del Settore Servizi al Cittadino del Comune capoluogo – viene contestato il reato di concussione per aver sfruttato il proprio ruolo al fine di ottenere denaro, in cambio dello sblocco di pratiche amministrative altrimenti bloccate da ritardi ritenuti strumentali.
Le pressioni e i fogli sequestrati
Le indagini, coordinate dalla procura e condotte dai carabinieri, hanno portato alla luce un meccanismo che, secondo l’ipotesi accusatoria, si sarebbe protratto nel tempo: il dirigente avrebbe esercitato pressioni su un geometra, costringendolo a corrispondere somme di denaro per snellire iter burocratici che, altrimenti, sarebbero rimasti impantanati. Le prime ricostruzioni parlano di una richiesta complessiva che ammonterebbe a decine di migliaia di euro, della quale la somma intascata al momento del fermo – avvenuto in flagranza – rappresenterebbe solo la prima tranche. Cruciale, in questo senso, il sequestro di alcuni fogli, quelli che gli investigatori hanno rinvenuto durante le perquisizioni: fogli con cifre e nomi, il cui contenuto, a detta degli inquirenti, rischia di allargare il perimetro delle indagini e che, proprio per questo, giustificherebbe il timore di un possibile inquinamento delle prove. È questo uno dei due pilastri su cui si è fondata la decisione del gip, assieme al concreto pericolo di reiterazione del reato, ritenuto tuttora attuale.
Il nodo della concussione e le reazioni politiche
Il reato contestato, in flagranza, è quello di concussione: un’ipotesi che, a differenza della corruzione, prescinde da un accordo bilaterale e si basa invece sull’abuso della posizione di supremazia del pubblico ufficiale, il quale – prospettando un danno o un vantaggio ingiusto – costringe il privato a dare o promettere denaro o altra utilità. Nel caso specifico, la ricostruzione degli inquirenti descrive un meccanismo in cui le pratiche del geometra sarebbero rimaste impantanate proprio per generare lo stato di bisogno necessario a innescare la richiesta illecita. Sul fronte politico, la vicenda ha immediatamente acceso un dibattito acceso all’interno del consiglio comunale: Potere al popolo, con una nota diffusa dopo l’esecuzione della misura, ha parlato di “fatto di eccezionale gravità che scuote profondamente la vita pubblica cittadina”, sottolineando come le dimissioni del dirigente – già intervenute in automatico a seguito dell’arresto – rappresentino un passaggio “indispensabile, ma non sufficiente” per affrontare le implicazioni del caso.
Le valutazioni del giudice e lo scenario giudiziario
Nell’ordinanza con cui ha respinto l’istanza della difesa, il gip Maria Amoruso ha ritenuto che le garanzie offerte dal braccialetto elettronico non fossero sufficienti a scongiurare i due principali rischi processuali: da un lato, il pericolo che Santamaria possa entrare in contatto con altre persone coinvolte, alterando o distruggendo elementi ancora da acquisire; dall’altro, la concreta possibilità che, permanendo le condizioni che hanno portato alla richiesta illecita, il reato possa ripetersi. La difesa, nel corso dell’interrogatorio, aveva tentato di delineare una diversa cornice dei fatti, insistendo sulla possibilità di consentire all’indagato di attendere il prosieguo delle indagini presso il proprio domicilio. Ma il tribunale, valutando la gravità indiziaria e le modalità dell’azione contestata – risalente secondo gli atti a gennaio – ha concluso per la necessità della custodia cautelare in carcere, segnando così un primo, decisivo capitolo di un’inchiesta che, al momento, continua a tenere banco negli ambienti giudiziari e amministrativi del Sannio.
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