L’Iran non molla i Mondiali, ma chiede alla Fifa di giocare in Messico: “Trump non garantisce la nostra sicurezza”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La nazionale di calcio dell’Iran, nonostante le crescenti tensioni belliche che oppongono Teheran a Washington e a Israele, non ha alcuna intenzione di rinunciare alla partecipazione ai Mondiali del 2026, il torneo iridato che quest’estate verrà ospitato da Stati Uniti, Canada e Messico. La Federazione calcistica iraniana, per voce del suo presidente Mehdi Taj, ha ufficializzato una richiesta formale alla Fifa, l’organo che governa il calcio mondiale, affinché le partite del proprio girone – quello che vede gli iraniani opposti a Belgio, Egitto e Nuova Zelanda – vengano spostate dalle sedi statunitensi, dove sono attualmente in programma, a quelle messicane. Un’istanza, questa, che arriva dopo settimane di dichiarazioni contraddittorie e di un braccio di ferro politico-diplomatico che ha trasformato la partecipazione della squadra asiatica in un caso internazionale.

A motivare la richiesta di Teheran sarebbero, stando a quanto reso noto dalla stessa ambasciata iraniana in Messico attraverso un comunicato pubblicato sul proprio account X, le recenti affermazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il capo della Casa Bianca, che ha riaperto le ostilità con l’Iran alla fine di febbraio con una serie di attacchi coordinati con Israele, aveva inizialmente dichiarato che la nazionale iraniana sarebbe stata la benvenuta sul suolo americano, salvo poi aggiungere una postilla, per molti versi inquietante, in cui esprimeva forti dubbi sull’opportunità della loro presenza, proprio in relazione alla loro incolumità. Parole che a Teheran sono state interpretate come una mancata garanzia sulla sicurezza dei giocatori e dello staff, elementi che hanno spinto il presidente federale Taj a dichiarare senza mezzi termini: «Dal momento che Trump ha affermato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza della nostra nazionale, certamente non andremo in America».

Visti negati e tensioni diplomatiche, la trattativa per il trasferimento in Messico

La situazione, però, è più complessa di un semplice riflesso condizionato alle dichiarazioni del presidente americano. L’ambasciatore iraniano in Messico, Abolfazl Pasandideh, ha aggiunto ulteriori dettagli, denunciando quella che ha definito una «mancanza di cooperazione» da parte del governo statunitense su aspetti puramente logistici e amministrativi, come il rilascio dei visti per la delegazione e il supporto organizzativo necessario per preparare il ritiro pre-mondiale, che era stato pianificato a Tucson, in Arizona. Una mancanza di collaborazione che di fatto renderebbe difficoltosa, se non impossibile, una preparazione serena e regolare, alimentando il clima di sfiducia reciproca. La Federazione iraniana, quindi, sta ora sondando il terreno con la Fifa per capire se sia possibile ridisegnare il calendario e la geografia del proprio raggruppamento, trasferendo le tre gare in programma – due a Los Angeles (contro Nuova Zelanda e Belgio) e una a Seattle (contro l’Egitto) – in una delle città messicane che ospiteranno il torneo.

Una soluzione, quella di spostare un intero girone da uno Stato all’altro, che comporterebbe ovviamente non pochi grattacapi organizzativi per la Fifa, già alle prese con la complessa macchina logistica di un Mondiale allargato a 48 squadre e tre nazioni. Non sarebbe, però, un fatto inedito nella storia recente del calcio internazionale: non sono rari i casi in cui, per ragioni geopolitiche o di sicurezza, le partite vengono dirottate su campi neutrali, e il Messico – va ricordato – è pur sempre uno dei paesi co-organizzatori, con stadi all’altezza e un’infrastruttura già pronta ad accogliere l’evento. La palla, adesso, passa al comitato organizzatore della Fifa e alla sua capacità di mediare tra le istanze di Teheran, le posizioni di Washington e le inevitabili ripercussioni che una decisione del genere avrebbe sul già fragile equilibrio di un torneo che si preannuncia come il più politicizzato degli ultimi decenni.

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