L’Iran dice no ai Mondiali negli Usa: “Ci hanno ucciso la guida”. E la Fifa valuta il da farsi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La decisione, per quanto attesa e ampiamente ventilata nelle settimane precedenti, è arrivata con la nettezza di una dichiarazione di guerra, che poi di fatto è il contesto in cui matura. Ahmad Donyamali, ministro dello Sport iraniano, è comparso davanti alle telecamere della televisione di Stato e ha scolpito nella pietra una posizione che non ammette repliche: la nazionale di calcio della Repubblica Islamica non parteciperà alla fase finale dei prossimi Campionati del mondo, in programma tra poco più di novanta giorni negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Una scelta, questa, motivata con un riferimento diretto e inequivocabile agli eventi bellici delle ultime settimane, ovvero i bombardamenti condotti da forze statunitensi e israeliane sul territorio iraniano, azioni che hanno portato all'uccisione della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. “Considerato che questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader”, ha dichiarato Donyamali, ripreso dalle agenzie internazionali, “non abbiamo alcuna condizione per poter partecipare alla Coppa del Mondo”.

Una rinuncia che arriva nonostante i tentativi di mediazione della Fifa

Il diniego di Teheran assume contorni ancora più netti se si considera che è stato ufficializzato a poche ore di distanza da un incontro, svoltosi negli Stati Uniti, tra il presidente della Federcalcio mondiale Gianni Infantino e il presidente americano Donald Trump. Proprio dal colloquio, come lo stesso Infantino aveva tenuto a precisare attraverso un post sul suo profilo Instagram, era emersa la volontà dell’amministrazione statunitense di garantire comunque l’ingresso e la sicurezza della delegazione iraniana, nonostante lo stato di guerra e le pregresse difficoltà legate al rilascio dei visti per alcuni funzionari. “Il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è naturalmente la benvenuta per competere nel torneo negli Stati Uniti”, aveva scritto il numero uno della Fifa, quasi a voler creare uno spiraglio in una crisi che sembrava già allora senza ritorno. Uno spiraglio che il ministro iraniano ha chiuso con decisione, aggiungendo un passaggio che lascia poco spazio a interpretazioni: “Ci hanno imposto due guerre nel giro di otto o nove mesi, uccidendo e martirizzando migliaia di persone; non possiamo assolutamente avere una presenza di questo tipo”.

Le complesse questioni regolamentari che ora la Federcalcio mondiale è chiamata a dirimere

La parola, a questo punto, passa esclusivamente alla Fifa, chiamata a gestire una situazione senza precedenti per dimensioni geopolitiche e tempistica. Il regolamento dell’ente prevede, è vero, sanzioni consistenti per le federazioni che si ritirano a torneo già qualificato; si parla di multe che possono superare i trecentomila franchi svizzeri, ma la posta in gioco è ben più alta. Il nodo principale, per appassionati e addetti ai lavori, è chi prenderà il posto dell’Iran nel Girone G, quello che comprende Belgio, Egitto e Nuova Zelanda, con tutte le partite degli asiatiche in programma negli impianti statunitensi. Sulla carta, e qui si aprono scenari che coinvolgono anche l’Italia, la sostituzione non sarebbe automatica né tanto meno legata al ranking mondiale. Le norme Fifa, in materia di ritiri, conferiscono all’organismo un potere decisionale ampio e discrezionale, ma la prassi e la logica suggeriscono che il posto debba essere riassegnato a un’altra squadra della confederazione asiatica, l’Afc. Il che significa che il beneficiario più probabile sarebbe l’Iraq, ancora in corsa per un posto attraverso i playoff intercontinentali, o al limite un’altra selezione del continente, escludendo di fatto un ripescaggio su scala globale che favorisca gli azzurri di Gennaro Gattuso, i quali devono ancora superare il proprio percorso di qualificazione.

I precedenti e le tensioni che avevano già segnato il cammino verso il torneo

La rottura definitiva, del resto, è solo l’ultimo atto di un rapporto già compromesso alla radice tra la federazione iraniana e gli organizzatori del torneo nordamericano. Già a dicembre, in occasione del sorteggio svoltosi a Washington, a metà della delegazione iraniana era stato negato il visto d’ingresso, compreso il presidente della Federcalcio Mehdi Taj, un episodio che aveva fatto storcere il naso a molti e che aveva fatto da apripista alle tensioni successive. Pochi giorni fa, inoltre, la nazionale iraniana era stata l’unica tra le trentadue qualificate a disertare un incontro tecnico organizzato proprio ad Atlanta per pianificare gli aspetti logistici della manifestazione. Assenze e dichiarazioni che, lette con il senno di poi, delineavano un quadro sempre più cupo, culminato nell’annuncio di Donyamali che ha ufficializzato l’incompatibilità tra lo stato di belligeranza in atto e la partecipazione a una competizione sportiva ospitata da quello che, a tutti gli effetti, è considerato il nemico.

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