La Fifa chiude la porta all’Iran: niente partite dei Mondiali in Messico, si giocherà negli Stati Uniti
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Redazione Sport
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La federazione calcistica internazionale ha respinto al mittente la richiesta, avanzata nelle ultime ore dalla Federcalcio iraniana, di trasferire in Messico le tre gare in programma negli Stati Uniti per la fase a gironi dei prossimi Mondiali. Una mossa, quella di Teheran, nata ufficialmente per motivi di sicurezza — dopo che il presidente americano Donald Trump aveva pubblicamente messo in dubbio l’opportunità della presenza della squadra iraniana sul suolo statunitense — ma che affonda le radici in un clima di tensione bellica ormai conclamato tra Washington e Teheran, con attacchi missilistici e raid che si susseguono quotidianamente in tutto il Medio Oriente. La Fifa, attraverso i suoi canali ufficiali, ha fatto sapere di essere in regolare contatto con tutte le federazioni partecipanti, inclusa quella iraniana, ma ha ribadito con fermezza di attendersi che ogni squadra rispetti il calendario e le sedi già stabilite, un principio, quest’ultimo, che rende di fatto impraticabile qualsiasi ripensamento logistico a pochi mesi dal fischio d’inizio.
Le parole di Trump e la reazione di Teheran
All’origine della contesa, come riportato da più fonti, ci sarebbero le dichiarazioni rilasciate dal tycoon su Truth Social, il suo social network, dove, pur ribadendo una formale accoglienza, aveva definito la partecipazione dell’Iran «inappropriata» per la stessa incolumità dei giocatori, un’affermazione, questa, che il presidente della federcalcio iraniana, Mehdi Taj, ha interpretato come l’impossibilità, da parte dell’amministrazione statunitense, di garantire la sicurezza della delegazione persiana. Una lettura, quella iraniana, che ha trovato linfa anche dalle parole del ministro dello Sport Ahmad Donyamali, il quale aveva ventilato l’ipotesi di un forfait, salvo poi essere smentito di fatto dalla stessa nazionale maggiore: attraverso un post su Instagram, i giocatori hanno ribattuto che nessuno può escluderli da un torneo governato dalla Fifa e non da un singolo paese, lasciando intendere che, semmai, a dover essere estromessa dovrebbe essere quella nazione che, pur fregiandosi del Titolo di ospitante, non è in grado di proteggere le squadre partecipanti.
Una mediazione naufragata tra logiche sportive e geopolitiche
La proposta di spostare le partite in Messico, trapelata inizialmente attraverso i canali social dell’ambasciata iraniana a Città del Messico e poi rilanciata da alcune testate britanniche come il Times, si è scontrata con una serie di ostacoli insormontabili, primo fra tutti l’inevitabile caos organizzativo che un simile trasloco avrebbe comportato. I biglietti per le tre sfide del girone, che vedranno l’Iran opposto a Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto, risultano già in larga parte venduti per gli impianti di Los Angeles e Seattle, e uno spostamento in Messico — Paese che pure aveva dato la propria disponibilità a ospitare gli incontri — avrebbe creato un effetto domino non solo sugli altri gironi ma anche sugli accordi commerciali e sui diritti televisivi, già definiti nei minimi dettagli. A complicare ulteriormente il quadro, inoltre, c’è la possibilità concreta che, in caso di qualificazione agli ottavi di finale, la squadra iraniana possa incrociare proprio gli Stati Uniti, un incrocio, questo, che rappresenterebbe una vera e propria polveriera dentro e fuori dal campo.
L’irrigidimento della Fifa e i dilemmi del presidente Infantino
Fonti interne alla Fifa, citate dalla stampa internazionale, lasciano intendere che l’organismo presieduto da Gianni Infantino non abbia mai preso in seria considerazione la richiesta iraniana, considerandola più una mossa di propaganda che una concreta opzione percorribile, anche perché un’eventuale ritiro volontario dell’Iran dalla competizione aprirebbe scenari complicatissimi: in tal caso, spetterebbe alla stessa Fifa designare una sostituta tra le escluse, con il rischio concreto di dover gestire il primo forfait post sorteggio dai Mondiali del 1950. La posizione ufficiale, ribadita in più occasioni, è che l’Iran è il benvenuto e che le partite si svolgeranno dove previsto, ma la tensione resta alta e, come osservato da alcuni analisti, Infantino si trova ora a dover gestire le conseguenze della sua strategia di corteggiamento nei confronti di Trump, un atteggiamento che lo ha portato a sedere al suo fianco in innumerevoli occasioni pubbliche, ricevendo anche un premio per la pace dal presidente americano, ma che oggi potrebbe rivelarsi un boomerang.




