L’oro svanito di McGrath, tra la neve di Bormio e il bosco della disperazione
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Redazione Sport
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C’è un’immagine, tra le tante che queste Olimpiadi di Milano Cortina consegneranno alla storia, che restituisce con cruda potenza l’essenza dello sport, quello senza rete e senza appello: ed è la figura di Atle Lie McGrath che, dopo aver inforcato nella seconda manche dello slalom speciale, scavalca le recinzioni della pista Stelvio per andare a seppellire la propria disperazione nella neve fitta, lontano dagli obiettivi delle telecamere e dagli sguardi di un pubblico che, fino a pochi minuti prima, lo celebrava come il dominatore della prima frazione -1. Il norvegese, leader del circuito di Coppa del Mondo e favorito numero uno per il gradino più alto del podio, aveva letteralmente dettato legge al mattino: il suo crono di 56”14, costruito con una progressione impressionante nei settori decisivi del tracciato, sembrava aver ipotecato la medaglia d’oro, nonostante una fitta nevicata avesse già falcidiato le ambizioni di molti avversari, compresi ben tre dei quattro azzurri in gara -2. Invece, il verdetto della seconda manche è stato spietato.
La tensione, quella compagna invisibile ma ingombrante che si respira a certe quote, deve aver giocato un brutto scherzo al campione scandinavo, già provato emotivamente, come si era appreso nei giorni precedenti, dalla perdita del nonno -7. Alla fine, è bastato un errore di pochi centimetri, un’inforcata fatale a pochi secondi dall’inizio della sua discesa, per mandare in frantumi un sogno costruito con cura e per regalare il Titolo allo svizzero Loic Meillard. Lo slalomista rossocrociato, già medagliato in queste Olimpiadi, ha saputo capitalizzare la pressione, infilando una seconda manche perfetta che lo ha proiettato sul tetto olimpico, complice anche l’uscita di scena del suo principale rivale -4.
Mentre Meillard completava la sua collezione di metalli preziosi e l’austriaco Fabio Gstrein si godeva un argento tanto inaspettato quanto meritato, la scena che si consumava oltre il tracciato era di quelle che difficilmente si dimenticano. McGrath, dopo aver lanciato a terra bastoni e casco, ha varcato da solo le reti di protezione, sparendo tra gli alberi per un bisogno viscerale e umano di isolamento, lì dove la neve alta ha fatto da cassa di risonanza a un pianto liberatorio e disperato -1. Un gesto che nulla toglie alla grandezza del suo avversario, ma che racconta il rovescio di una medaglia fatta anche di cadute, fisiche e morali, che non trovano spazio nei comunicati ufficiali della FIS, ma che restituiscono la temperatura emotiva di una gara -4.
L’impresa solitaria di Tommaso Saccardi nella bufera
In una giornata funestata dalle condizioni proibitive, con la neve che cadeva copiosa sulla Stelvio mettendo a dura prova la visibilità e la tenuta degli atleti, l’Italia dello slalom maschile ha potuto sorridere, seppur con moderazione, solo grazie a Tommaso Saccardi. Il 24enne carabiniere emiliano, partito col pettorale numero 37, ha disputato due manche di grande sostanza e personalità, riuscendo a concludere la gara al dodicesimo posto -6. La sua prestazione, culminata in un crono complessivo di 1’56”34 a 2”73 dal vincitore Meillard, assume i contorni dell’impresa se si considera che dei quattro italiani iscritti, solo lui è riuscito a vedere il traguardo. La prima manche, quella più insidiosa per via delle abbondanti precipitazioni, aveva già visto il ko eccellente di Alex Vinatzer, finito fuori dopo pochi paletti, seguito a ruota da Tommaso Sala e dal giovane Tobias Kastlunger, quest’ultimo uscito nella seconda discesa dopo aver agguantato la qualifica -3-8.
La prova di Saccardi, che era partito con ambizioni di top ten e ha chiuso in dodicesima posizione, rappresenta un'importante iniezione di fiducia per il movimento azzurro, carente in questa specialità ai massimi livelli. Per lui, abituato a lottare lontano dai riflettori, ritagliarsi uno spazio in una classifica olimpica dominata dai soliti big come il bronzo Henrik Kristoffersen e il già citato Meillard, ha il sapore di una vittoria personale, costruita sulla capacità di adattamento a un manto morbido e insidioso che non perdonava esitazioni -6. La sua gara, pulita e lineare, è stata l'esatto opposto del caos che ha travolto il favorito della vigilia e che ha cancellato in un istante le speranze di gloria di un'intera nazione.
La pista Stelvio, palcoscenico di trionfi e traumi
La discesa che porta il nome del leggendario passo alpino si è confermata ancora una volta un palcoscenico crudele ma affascinante, capace di esaltare il coraggio di chi la interpreta al meglio e di punire senza appello la minima incertezza. Già nei giorni precedenti la gara, i velocisti azzurri come Dominik Paris e Giovanni Franzoni avevano segnalato come le condizioni del manto nevoso non fossero ancora perfette, con un fondo particolarmente morbido e una visibilità resa complessa dalle continue precipitazioni -10. Condizioni che, se per le prove di discesa possono essere tollerate, in uno slalom diventano un fattore discriminante, quasi una roulette russa dove la fortuna gioca un ruolo spesso decisivo.
Il direttore di gara aveva disegnato un tracciato che, sulla carta, non presentava insidie particolari, ma la neve caduta abbondantemente durante la notte e nel corso della mattinata ha cambiato le carte in tavola, rendendo il fondo lento e la lettura delle traiettorie estremamente complessa. In questo contesto, l’exploit di Meillard e la tenacia di Saccardi hanno un valore doppio, mentre l’uscita di scena di McGrath, per quanto drammatica, non può essere ascritta unicamente alla variabile meteorologica: è stata la prova provata che la tensione, in un appuntamento così atteso, può trasformare il più dominante dei campioni in un uomo solo, in balìa dei propri fantasmi, costretto a cercare rifugio e conforto nella neve di un bosco, lontano da tutto e da tutti.




