Stretto di Hormuz, l'Iran chiude il transito e la Casa Bianca prepara nuove incursioni aeree

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Tra le acque dello Stretto di Hormuz, quel punto strategico che convoglia una fetta enorme del greggio mondiale, s'è alzata una nuova barriera, non di acciaio e cemento ma di volontà politica: l'Iran, per voce di una fonte militare citata dall'agenzia Fars, ha annunciato che non rilascerà permessi di transito per le navi fino a quando gli Stati Uniti non cesseranno le loro azioni ostili.

Non è una minaccia vaga, né un semplice sfoggio di forza verbale, ma una mossa che risponde a una logica precisa e che arriva a poco più di una settimana di distanza dalla dichiarazione dell'Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico, la quale il 12 luglio scorso aveva fatto sapere che le richieste di transito sarebbero state vagliate solo a situazione stabilizzata.

Il doppio fronte e il nodo della sicurezza energetica

E se la chiusura annunciata di Hormuz non bastasse a delineare il quadro di una tensione ormai fuori controllo, c'è un secondo elemento che aggrava la crisi e la rende quasi asfissiante: il Mar Rosso, quella via alternativa per il trasporto dell'oro nero che molti speravano potesse supplire a un eventuale blocco nel Golfo Persico, è di fatto ostaggio dell'ostruzionismo della milizia yemenita Houthi, che con le sue azioni sta di fatto strangolando un'altra delle principali arterie del commercio marittimo globale.

La combinazione di questi due fronti, insomma, mette in seria difficoltà gli equilibri energetici internazionali, eppure dall'altra parte dell'Oceano, nella stanza dei bottoni della Casa Bianca, non sembra affiorare la minima traccia di quel cinico pragmatismo che solitamente ispira le decisioni di Washington in materia di interessi nazionali.

I bombardamenti e la risposta iraniana sotterranea

Come se non bastasse l'embargo navale, la pressione militare diretta è proseguita senza soste: i bombardamenti americani in Iran non conoscono tregua, e gli ultimi attacchi hanno convinto Teheran a spostare migliaia di centrifughe per l'arricchimento dell'uranio in strutture sotterranee, nascoste tra le pieghe delle catene montuose, in una sorta di difesa preventiva che mostra tutta la determinazione del regime a non cedere di un millimetro.

Da parte sua, il presidente Trump ha perso la prima guerra contro la Repubblica Islamica – quella che nessuno gli aveva esplicitamente richiesto di cominciare – e ora, nel tentativo di riscrivere una sceneggiatura già andata in scena con esiti tutt'altro che gloriosi, ha deciso di intensificare l'offensiva nella convinzione che, questa volta, le sorti possano essere ribaltate.

Il memorandum ambiguità e la nuova fase di scontri

Del resto, il tentativo precedente di chiudere la partita era stato affidato a un memorandum che, nella sua stesura, si segnalava più per l'ambiguità di ogni singolo passaggio che per la chiarezza degli obiettivi strategici; un documento, insomma, che lasciava spazio a tutte le interpretazioni e che non aveva fatto nulla per scongiurare la ripresa delle ostilità.

Ma nella testa del presidente americano non c'è spazio per l'autoanalisi: questa seconda ondata di attacchi non è concepita come un ripensamento o un tentativo di rimediare all'insuccesso precedente, bensì come un messaggio diretto e inequivocabile indirizzato ai vertici di Teheran, un avvertimento che vale più di mille note diplomatiche e che suona come una scadenza precisa: la ripresa degli scontri durerà solo qualche settimana, il tempo necessario per dimostrare che la pazienza degli Stati Uniti ha un limite ben definito e che, superato quel confine, le conseguenze saranno tutt'altro che lievi.

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