La morte di David Rossi fu omicidio: la commissione parlamentare esclude il suicidio e la procura di Siena riapre le indagini
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
A tredici anni esatti da quel 6 marzo 2013, la verità processuale sulla morte di David Rossi, il responsabile della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena precipitato dalla finestra del suo ufficio al terzo piano di Rocca Salimbeni, compie una svolta decisiva. La commissione parlamentare d’inchiesta bis, presieduta dal deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci, ha approvato all’unanimità la relazione di metà mandato nella quale si sancisce un passaggio netto: non si è trattato di un suicidio, bensì di un omicidio. Il documento, che verrà illustrato ufficialmente venerdì a Siena, nel giorno dell’anniversario della scomparsa, mette nero su bianco le risultanze delle nuove perizie scientifiche, consegnando agli atti una ricostruzione che ribalta anni di archiviazioni. In quella circostanza, la commissione deporrà una corona di fiori sulla tomba di Rossi insieme ai familiari, gesto che assume il valore di una presa d’atto pubblica e solenne dopo anni di battaglie giudiziarie condotte dalla vedova, Antonella Tognazzi, e dalla figlia Carolina.
Il ruolo decisivo delle perizie dei Ris e del medico legale
A determinare il cambio di prospettiva sono state due consulenze tecniche, affidate al tenente colonnello Adolfo Gregori, in forza ai Ris di Roma, e al medico legale Robbi Manghi. Le loro analisi, depositate tra il dicembre del 2025 e il febbraio del 2026, hanno esaminato con nuovi strumenti le lesioni riportate dal di Rossi, giungendo a conclusioni che escludono in modo definitivo la compatibilità con una caduta volontaria. Secondo quanto emerso nel corso delle audizioni, i segni riscontrati sui polsi, in particolare quelle ecchimosi chiamate vibici, sarebbero la prova di una presa salda, una traccia lasciata dalle mani di qualcuno che tratteneva Rossi mentre il suo corpo era sospeso nel vuoto. La stessa dinamica viene ipotizzata per le ferite al volto, in particolare quelle al labbro e all’altezza del naso, che sarebbero state provocate dalla pressione contro i fili antipiccione posizionati sul davanzale o contro la barra metallica di sicurezza della finestra.
La relazione, che la commissione ha deliberato di inviare alla procura di Siena su espressa richiesta dei sostituti Siro De Flammineis e Niccolò Ludovici, parla di una “azione con l’intervento di terzi soggetti”. Non una caduta accidentale, non un gesto estremo, ma una colluttazione, un’aggressione finita nel peggiore dei modi possibili. Le consulenze, infatti, descrivono una sequenza drammatica: Rossi sarebbe stato prima aggredito all’interno del suo ufficio, poi afferrato e spinto oltre il davanzale, tenuto per le braccia e infine lasciato cadere. Un’azione che i periti, forti dei rilievi tecnici, non esitano a definire come l’esecuzione di una minaccia, trasformatasi in tragedia.
Le criticità delle indagini passate e l’apertura di un nuovo fascicolo
Il lavoro della commissione bis, che in poco più di un anno e mezzo ha svolto decine di audizioni e missioni, arriva dopo due precedenti inchieste della magistratura, entrambe archiviate con l’ipotesi del suicidio. In quelle occasioni, gli inquirenti avevano fatto leva su elementi come le tre lettere di addio lasciate da Rossi, ritenute autentiche e spontanee, e sull’assenza di tracce di dna estraneo sotto le unghie della vittima. Tuttavia, le nuove acquisizioni scientifiche hanno scardinato quelle certezze. La difesa della famiglia, rappresentata dall’avvocato Carmelo Miceli, ha sempre sostenuto la tesi dell’omicidio, e ora vede riconosciuta la bontà di quella battaglia. La procura di Siena, che nei giorni scorsi aveva formalmente richiesto gli atti, ha riaperto il fascicolo, sebbene il reato ipotizzato non sia stato ancora specificato ufficialmente. Un atto che arriva a pochi giorni dall’annuncio pubblico dato dal giornalista Massimo Giletti durante la sua trasmissione, e che testimonia la volontà degli inquirenti di ripartire proprio dalle nuove prove.
La decisione di affidare la nuova fase istruttoria allo stesso ufficio giudiziario che in passato aveva optato per l’archiviazione, però, non manca di sollevare perplessità. Walter Rizzetto, primo proponente della commissione d’inchiesta e membro della stessa, ha definito la scelta “inopportuna e sbagliata”, sottolineando come la procura di Siena, a suo avviso, dovrebbe astenersi per garantire un accertamento scevro da ombre e conflitti, anche solo percepiti. Un auspicio che, per ora, non ha trovato riscontro, e che lascia aperto un fronte di polemica proprio mentre si apre quello nuovo delle indagini.
L’agonia durata venti minuti e i prossimi passi dell’inchiesta
Un dato, emerso fin dalle prime ricostruzioni e mai smentito, aggiunge ulteriore drammaticità alla vicenda: dopo la caduta, Rossi rimase in vita per circa venti minuti. Un lasso di tempo, lo definisce la relazione, in cui “ha respirato per circa venti minuti dopo la caduta, cercando disperatamente aria”. Un particolare che, se incrociato con la nuova ipotesi dell’omicidio, potrebbe aprire scenari inquietanti sulla tempestività o meno dei soccorsi e sulla presenza di altre persone nell’edificio. La commissione, dal canto suo, non intende fermarsi. Sono già state annunciate ulteriori perizie, tra cui una informatica sui cellulari di Rossi forniti dalla famiglia, per verificare l’esistenza di corrispondenze con i filoni investigativi emersi, e una di tipo psicologico su alcune persone finite nel mirino degli accertamenti.
La pista del denaro resta centrale: Rossi, viene ricordato, gestiva un budget di circa 50 milioni di euro all’anno per le sponsorizzazioni di Mps, un ruolo che lo rendeva “una persona molto influente”. Un profilo, il suo, che potrebbe averlo esposto a dinamiche opache, a pressioni, a rapporti pericolosi. La procura, adesso, ha tra le mani le perizie di Gregori e Manghi, e dovrà trasformare quelle evidenze scientifiche in un percorso giudiziario che porti a un nome, a un movente, a una verità processuale. Per la famiglia e per la città di Siena, dopo tredici anni di attesa, quella verità sembra oggi più vicina.




