Addio a Ozzy Osbourne, il principe delle tenebre che sfidò il rock e la vita
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Redazione Esteri
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Seduto su un trono nero, circondato da teschi e ali di pipistrello, Ozzy Osbourne ha salutato per l’ultima volta i suoi fan il 5 luglio al Villa Park di Birmingham, lo stesso stadio che, decenni prima, aveva visto nascere il mito dei Black Sabbath. Diciassette giorni dopo, la voce più iconica e tormentata dell’heavy metal si è spenta a 76 anni, stroncata dalle complicazioni del Parkinson e da altre patologie che ne avevano segnato gli ultimi anni. Quella serata a Birmingham, definita da molti un’esequia in vita, è stata l’epilogo di una carriera vissuta all’insegna dell’eccesso, ma anche di un’autentica devozione alla musica.
«Là dove tutto è iniziato», ha detto Osbourne rivolgendosi alla folla, in un concerto che non era solo un ritorno alle origini, ma un commiato consapevole. Il suo ultimo show, Back to the Beginning, ha riunito per l’ultima volta i Black Sabbath, la band che, insieme a lui, ha scritto la storia del metal. Quella sera, nonostante i segni evidenti della malattia, il Principe delle Tenebre ha dimostrato ancora una volta perché il suo nome è diventato sinonimo di un genere musicale.
La notizia della sua morte, arrivata ieri sera, ha scatenato un’ondata di tributi in tutto il mondo. A Milano, durante il loro concerto al Parco della Musica, gli Who hanno voluto ricordarlo proiettando la sua immagine più iconica: denti da vampiro, ali di pipistrello e lo sguardo trasgressivo che lo ha reso immortale. «Questa prima canzone è per Ozzy, Dio lo benedica», hanno annunciato prima di attaccare I Can’t Explain.
La sua vita, tra eccessi e rinascite, è stata un romanzo gotico scritto su pentagrammi distrutti. Dalle prime esibizioni con i Sabbath alle lotte contro le dipendenze, fino alla popolarità televisiva degli anni Duemila, Osbourne ha incarnato l’archetipo del rocker maledetto, ma senza mai perdere quell’ironia che lo rendeva umano. Anche quando il Parkinson gli ha rubato la mobilità, non ha smesso di cantare, dimostrando che la sua leggenda non era fatta solo di note, ma di resistenza.




