Trump e i dazi: tra aperture e minacce, il mercato trema
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Donald Trump, con il suo stile oscillante tra provocazione e calcolo politico, ha ribadito la volontà di mantenere alta la pressione sui dazi, nonostante le reazioni dei mercati e le critiche degli stessi esperti della sua amministrazione. «Abbiamo più potere per le negoziazioni. È ora di arricchirsi», ha dichiarato, ignorando il tonfo delle borse e il dollaro in caduta libera. Una posizione che, se da un lato lascia intravedere spiragli per trattative, dall’altro conferma una linea dura, destinata a scuotere gli equilibri commerciali globali.
I nuovi dazi statunitensi del 20% su una vasta gamma di prodotti europei, che si sommano a quelli già esistenti su auto, acciaio e alluminio, rischiano di stravolgere i rapporti transatlantici. Ma ciò che colpisce, oltre all’entità delle misure, è il metodo di calcolo adottato da Washington, definito da più parti come arbitrario. Un approccio che, secondo alcuni analisti, trascura un elemento fondamentale: la marginalità economica, più significativa del mero volume d’affari. Simone Strocchi, presidente di Electa Ventures, sottolinea come il dibattito si concentri erroneamente sul fatturato anziché sui profitti reali. «Si parla di deficit commerciale basato sui ricavi, ma se si guardasse ai margini, il quadro cambierebbe radicalmente», osserva, evidenziando una distorsione nelle valutazioni dell’amministrazione Trump.
Intanto, Wall Street ha registrato la peggiore settimana dalla pandemia, con il Nasdaq crollato del 5,82% e il Dow Jones del 5,50%, mentre il petrolio e le altre borse mondiali hanno seguito la stessa tendenza negativa. Milano non è stata risparmiata, chiudendo a -6,53%. Un effetto domino che la Banca d’Italia ha già tradotto in numeri: nel 2025, la crescita del Pil italiano potrebbe fermarsi allo 0,6%, con rischi di ulteriore contrazione se l’Ue e altre economie adotteranno misure ritorsive.




