Leao e quelle bordate ad Allegri: “Giocato cinque mesi infortunato e fuori ruolo”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non c’è pace per il Milan, o meglio per l’eredità tecnica lasciata da Massimiliano Allegri sulla panchina rossonera. Rafael Leao, dal ritiro della nazionale portoghese, ha scelto di togliersi più di un sassolino dalla scarpa, e lo ha fatto con la consueta schiettezza che ormai caratterizza le sue apparizioni pubbliche. L’attaccante, dopo aver già accennato a fine maggio alla necessità di cercare altrove nuovi stimoli, ha fornito ieri sera ulteriori dettagli su una stagione – quella appena conclusa – che definire semplicemente complicata sarebbe riduttivo.

A essere messo sotto accusa, nelle dichiarazioni raccolte da Sport Tv, non è solo il logorio fisico di un'annata vissuta ai margini della propria condizione ottimale, ma anche e soprattutto le scelte tattiche di chi lo ha diretto: Leao ha rivelato di aver giocato per quattro o cinque mesi convivendo con una pubalgia, il tutto mentre veniva impiegato in un ruolo che non sente realmente come proprio.

Il peso di una pubalgia e le gabbie tattiche

L’affondo del numero dieci rossonero è chirurgico e, va detto, carico di una frustrazione trattenuta a lungo. “È stata una stagione difficile – ha spiegato il portoghese – non siamo riusciti a qualificarci per la Champions League”. Ma è nel dettaglio delle difficoltà individuali che emerge la critica più aspra nei confronti del tecnico livornese. L’attaccante ha sottolineato come la preparazione estiva lo avesse portato a sentirsi in piena fiducia, nella convinzione di poter davvero fare la differenza; eppure, una volta entrato nel meccanismo della squadra, qualcosa si è inceppato.

“Il sistema di gioco non mi aiutava – ha proseguito Leao – e a questo si è aggiunto un problema fisico. Ho giocato infortunato per mesi, con questa sorta di tendinite, in una posizione che non è la mia”. Il riferimento implicito alla gestione tattica di Allegri, che lo ha spesso spostato dal ruolo d’ala a quello di seconda punta o centravanti nel 3-5-2, è apparso chiaro a chiunque abbia seguito le vicende del Diavolo nell’ultimo anno.

Inefficacia sotto porta e la ricerca della posizione ideale

La differenza, per un giocatore abituato a ricevere palla sulla corsia laterale, è sostanziale. Lo stesso Leao ha provato a spiegare il divario tecnico tra le due collocazioni in campo, offrendo una lettura che sa tanto di auto-difesa: quando parte da lontano, da esterno puro, il dribbling gli concede più tempo per scegliere se puntare l’uomo o servire un compagno; schierato invece più vicino alla porta, da attaccante centrale, ogni tocco deve necessariamente tradursi in un’azione concreta e risolutiva. “Il calcio oggi si basa sui numeri – ha aggiunto – ed è l’ultimo step che mi manca”.

Un’ammissione di limite, certo, ma accompagnata dalla consapevolezza che il contesto tattico non ha certo agevolato la produzione di quelle statistiche che fanno gola ai grandi club europei. In mezzo a tutto questo, la famosa “tendinite” – che molti hanno identificato come una pubalgia – ha trasformato cinque mesi della sua stagione in un calvario fisico, rendendo ogni scatto o stop di palla un’impresa che non andava mai a incidere realmente sul risultato finale.

Il pressing di Theo Hernandez e il miraggio saudita

Mentre il diretto interessato guarda con insistenza verso la Premier League o la Liga, ritenendo quei campionati più adatti a esaltare le sue qualità di dribbling e velocità, dall’Arabia Saudita arriva un pressing affettivo che ha dell’invidiabile. L’indiscrezione, rilanciata con forza dalla Gazzetta dello Sport, parla chiaro: Theo Hernandez – da un anno già proiettato nell’avventura all’Al-Hilal – ha sentito l’amico Rafa e vorrebbe portarlo con sé nella Saudi Pro League.

La missione è definita “complicatissima” dagli analisti di mercato, soprattutto perché Leao ha ribadito più volte di sentirsi ancora pronto per il calcio europeo che conta. Tuttavia, il fattore personale tra i due ex compagni di fascia potrebbe rivelarsi una leva insospettabile. “Theo quella nuova sfida l’ha già abbracciata – si legge nell’analisi del quotidiano sportivo – e si sfrega le mani al solo pensiero di riformare il tandem ad alta velocità”.

Simone Inzaghi, attuale tecnico del club saudita, sarebbe pronto a sostenere l’opera di convincimento, approfittando di un eventuale lento decollo delle trattative con le squadre inglesi o spagnole. Al momento, va detto, non esistono offerte ufficiali che soddisfino i parametri del Milan o le ambizioni del giocatore, ma la semplice esistenza di questa pista racconta quanto il ciclo del portoghese a Milano sia ormai agli sgoccioli.

I numeri di un addio annunciato

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno, se si analizza il trend delle ultime uscite pubbliche di Leao. Già una settimana fa, sempre ai microfoni di Sport Tv, il giocatore aveva lasciato intendere di aver dato tutto per la maglia rossonera, manifestando quel bisogno impellente di “una nuova sfida” che oggi torna come un ritornello. Le sue parole sulla Serie A, pur riconoscendone l’evoluzione, sono state tranchant: “La Premier League e la Liga valorizzerebbero di più il mio talento”.

Un’affermazione che, tradotta in termini pratici, suona come una formale richiesta di cessione a pochi giorni dall’apertura ufficiale della finestra estiva di trasferimento. Nel frattempo, mentre il Milan prende atto della situazione e si prepara a tutelare il valore dell’attivo più importante a bilancio, i riflettori restano puntati sul ritiro del Portogallo.

La selezione lusitana si appresta a giocare le prossime amichevoli di preparazione, e Leao avrà ancora tempo e modo per ribadire – se ce ne fosse bisogno – che la sua esperienza italiana è destinata a chiudersi qui, probabilmente senza un lieto fine e con più di qualche recriminazione verso chi lo ha fatto giocare stanco e fuori posto.

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