Pressione fiscale al 51,4 per cento, l’Istat certifica un record negativo che dura da un decennio
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Redazione Economia
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L’ultimo trimestre del 2025 ha consegnato agli archivi dell’Istat un dato che, per chi lo analizza con attenzione, racconta di un peso crescente sulle spalle di chiunque percepisca un reddito in Italia. La pressione fiscale, quella che misura il rapporto tra imposte pagate e ricchezza prodotta, ha toccato quota 51,4 per cento. Roba che non si vedeva da oltre dieci anni, precisamente dal 2014, quando l’economia italiana usciva a fatica da una delle recessioni più lunghe della sua storia recente. Nell’intero anno solare 2025, l’incidenza delle tasse si è comunque attestata al 43,1 per cento, con un aumento dello 0,7 rispetto al 2024: un incremento che, se letto in controluce, smentisce gran parte delle promesse elettorali che avevano accompagnato l’ascesa dell’attuale esecutivo.
Reddito disponibile in calo, il potere d’acquisto delle famiglie arretra ancora
Non è solo il prelievo fiscale a peggiorare il quadro, perché dallo stesso rapporto dell’istituto di statistica emerge una contrazione parallela del reddito disponibile delle famiglie consumatrici. Tradotto: gli italiani, mediamente, si ritrovano con meno soldi in tasca al netto di tasse e contributi, e quel che resta vale meno di prima, visto che l’inflazione – seppur in rallentamento rispetto ai picchi del biennio precedente – continua a erodere il potere d’acquisto. La combinazione, per usare un eufemismo, è micidiale: da un lato lo Stato ne prende di più, dall’altro le famiglie ne possono spendere di meno. E non stupisce, a questo punto, la nota di Confcommercio che parla apertamente di “aumento del disagio sociale”, un’espressione che gli uffici studi dell’associazione degli esercenti non usano mai a cuor leggero.
Il nodo del deficit al 3 per cento, un’asticella che il governo rischia di non superare
C’è però un altro numeretto, forse ancora più temuto a palazzo Chigi, che incrocia questi dati fiscali e li trasforma in un problema politico-giudiziario di prima grandezza. È il rapporto deficit-Pil, quel famoso 3 per cento fissato come tetto massimo dal Patto di stabilità europeo. L’obiettivo dichiarato dal governo – centrare quel 3 per cento già nel 2025 – si scontra ora con la realtà certificata dall’Istat: il deficit si è fermato al 3,1 per cento. Uno scostamento apparentemente minimo, ma decisivo, perché quel decimale in più impedisce all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione in cui Bruxelles ci ha messi a metà del 2024, insieme ad altri Paesi comunitari, dopo quattro anni di sospensione delle regole fiscali (quelli successivi allo scoppio della pandemia). La procedura, per chi non ricordasse i meccanismi europei, è il primo gradino verso possibili sanzioni e commissariamenti dei conti pubblici. Il governo ne è perfettamente consapevole, tant’è che il prossimo Documento di Finanza Pubblica, atteso entro fine aprile e destinato a Bruxelles, viene redatto in queste ore sotto una pressione che definire “altissima” è persino riduttivo.
La “rivoluzione copernicana” di Meloni e il patto fiscale che non s’è visto
Per capire la distanza tra annunci e fatti, forse basta riavvolgere il nastro al primo discorso di Giorgia Meloni alla Camera, quello in cui chiedeva la fiducia per il suo esecutivo. Lei stessa parlò di “rivoluzione copernicana” e di un “nuovo patto fiscale” fondato su tre pilastri, il primo dei quali era – testuali parole – “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie”. Era una promessa che accomunava tutti i partiti del centrodestra, da Fratelli d’Italia a Forza Italia fino alla Lega, nessuno escluso. E invece, a conti fatti, la pressione fiscale è salita ai massimi da undici anni. Il reddito disponibile è sceso. Il deficit è oltre il tetto. E il disagio sociale, secondo chi monitora i consumi, è in aumento. Numeri, questi sì, che non hanno bisogno di commenti.




