Il realismo di Sánchez e l’estasi della sinistra italiana di fronte al 'no' alla guerra
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Redazione Esteri
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C’è un filo rosso, ed è sottile ma resistente, che lega l’attuale première spagnola Pedro Sánchez a quel “Seelengrund” di cui parlava il mistico Meister Eckhart, quell’«anima giusta» che agisce senza interrogarsi sul perché, mossa da una motivazione più profonda della ragione calcolante. Quando Eckhart scriveva per i suoi discepoli, certo non immaginava che i suoi dettami sarebbero stati utili, secoli dopo, per interpretare le mosse di un leader socialista europeo alle prese con la Casa Bianca di Donald Trump. Eppure, l’impressione è che Sánchez, nel rifiutare l’uso delle basi di Rota e Morón per l’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, abbia seguito proprio quell’istinto primigenio che prescinde dal sondaggio, quella vocina che dice “no alla guerra” prima ancora di aver consultato i focus group. È un modo di fare politica che, nella sua immediatezza quasi francescana – o, per meglio dire, nella sua capacità di intercettare un sentimento popolare diffuso senza passare per la mediazione dei think tank –, lascia spiazzati gli alleati e, guardando all’Italia, getta in uno stato di grazia quasi estatico ampie frange del centrosinistra. Un’estasi che, a ben guardare, dice più di noi italiani che di Sánchez e della sua strategia.
La mossa del presidente del governo spagnolo, va detto, è tutto fuorché naïf. Nel suo intervento da La Moncloa, Sánchez ha utilizzato una retorica che in Europa non si sentiva da tempo, richiamando alla memoria le grandi mobilitazioni pacifiste del 2003 contro l’invasione dell’Iraq. Ha citato il “trio delle Azzorre” – con quell’Azores trio, Aznar, Blair e Bush, che per la sinistra mondiale rappresentano ancora l’icona della guerra preventiva e dell’errore storico – e ha avvertito che non si può “giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone”. Parole nette, che hanno il pregio di definire un posizionamento inequivocabile: la Spagna non parteciperà a un’operazione militare considerata una “violazione del diritto internazionale”, indipendentemente dalle ritorsioni economiche minacciate da Trump, il quale ha già ordinato al segretario al Tesoro Scott Bessent di interrompere ogni rapporto commerciale con Madrid. Una posizione, quella di Sánchez, che non è un fulmine a ciel sereno, ma il frutto di una coerente linea politica che in passato lo ha visto scontrarsi con Bruxelles sul tema del riarmo e distinguersi per il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Ed è proprio questa coerenza, o presunta tale, a mandare in visibilio la sinistra italiana. In un panorama politico domestico dove l’opposizione fatica a trovare una voce chiara e distinta sulla politica estera – con il Partito Democratico spesso stretto tra l’atlantismo dettato dall’appartenenza al PPE e le pulsioni pacifiste della sua base – l’apparizione di un leader come Sánchez, che dice no a Trump in faccia e lo fa con il lessico dei movimenti, assume i contorni di una rivelazione. Si moltiplicano, nei corridoi e nei talk show, i richiami devozionali a “San Pedro”, il santo laico venuto dalla Spagna a indicare la via. È un riflesso quasi condizionato, una ricerca di un modello estero da venerare che permette di non fare i conti con le proprie contraddizioni interne. L’erba del vicino, si sa, è sempre più verde, e in questo caso è anche più rossa e più coraggiosa.
Il peso specifico di un realismo mistico nella crisi dell’atlantismo
Ma al di là dell’entusiasmo che suscita nelle frasi progressiste italiane, la scelta di Sánchez merita un’analisi più profonda, che vada oltre la semplice contrapposizione ideologica. Il premier spagnolo non si sta limitando a un gesto di testimonianza, ma sta giocando una partita complessa sullo scacchiere europeo. Da un lato, deve gestire la furia di Trump, che lo ha definito un leader “perdente” e “ostile alla Nato” -1, minacciando un embargo che, se attuato, colpirebbe settori chiave dell’economia spagnola come l’agroalimentare e la farmaceutica. Dall’altro, deve fare i conti con l’isolamento in seno all’Alleanza Atlantica, dove persino la Germania di Friedrich Merz, pur di non scontrarsi con Washington, ha preso le distanze da Madrid, sottolineando la necessità che la Spagna aumenti la spesa militare. Sánchez, in questo frangente, si trova a navigare in solitaria, forte solo del sostegno formale della Commissione Europea che, per bocca del portavoce Olof Gill, ha espresso “piena solidarietà” a Madrid e ha ricordato a Trump gli accordi commerciali siglati lo scorso anno.
La sua argomentazione, tuttavia, non si ferma alla mera contrarietà all’uso delle basi. Sánchez ha articolato il suo dissenso su un piano squisitamente politico e storico. Ha ricordato come l’intervento in Iraq, lungi dal portare sicurezza, scatenò la più grande ondata di terrorismo jihadista in Europa e provocò un’impennata dei prezzi energetici. Un monito, il suo, che suona come un avvertimento ai falchi: la guerra, anche quando sembra lontana, torna sempre a colpire le nostre società, sotto forma di insicurezza e crisi economica. Non è un caso che anche il premier britannico Keir Starmer, pur criticato da Trump per la sua iniziale riluttanza, abbia evocato la “lezione dell’Iraq” per giustificare la cautela di Londra. Sembra quasi che, a vent’anni di distanza, lo spettro di quella guerra fallita si aggiri ancora per l’Europa, condizionando le scelte dei leader.
Di fronte a questa complessità, la reazione di una certa sinistra italiana appare quasi caricaturale. Ridurre la posizione di Sánchez a un semplice “no alla guerra” da contrapporre a un “sì alla guerra” altrui significa svuotarla della sua sostanza politica, trasformandola in un feticcio. Si dimentica, ad esempio, che Sánchez ha definito il regime iraniano “odioso” -1 e che la sua contrarietà all’operazione militare non è un avallo agli ayatollah, ma una scelta di campo a favore della legalità internazionale e della diplomazia. Un distinguo sottile, ma fondamentale, che nella vulgata trionfalistica italiana rischia di andare perduto. La sinistra italiana, insomma, cerca un eroe, un uomo solo al comando che dica le parole che essa vorrebbe sentire, e lo trova in Sánchez. Peccato che la realtà sia fatta di equilibri geopolitici, pressioni economiche e veti incrociati, un contesto in cui anche il più integerrimo dei leader deve fare i conti con il principio di realtà. E in questa complessa opera di mediazione tra l’ideale e il possibile, tra l’anima giusta di eckhartiana memoria e la roulette russa dei commerci internazionali, si gioca la vera statura di uno statista.




