Sánchez a Trump: "Non si gioca alla roulette russa con il destino di milioni di persone"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione diplomatica tra Madrid e Washington, un braccio di ferro che si consuma tra le minacce di ritorsioni economiche e la difesa della sovranità nazionale, ha raggiunto nelle ultime ore un livello di guardia che non si vedeva dai tempi della guerra in Iraq. Il presidente del governo spagnolo, Pedro Sánchez, ha rotto il silenzio con una dichiarazione istituzionale dal palazzo della Moncloa, rispondendo di fatto alle pesanti accuse arrivate dall’altra parte dell’Atlantico. Donald Trump, nel bel mezzo di un incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, aveva definito la Spagna un alleato "terribile", arrivando a ventilare l’ipotesi di interrompere ogni rapporto commerciale con il paese iberico. Il pretesto, come ormai noto, è il rifiuto categorico di Sánchez di concedere l'utilizzo delle basi militari congiunte di Rota e Morón, in Andalusia, per le operazioni belliche che Stati Uniti e Israele stanno conducendo contro l'Iran.

Il no di Madrid e la memoria storica dell'Iraq

Sánchez, che ha costruito la sua replica su un impianto retorico solido e privo di tentennamenti, ha scandito un concetto che vuole essere semplice e al tempo stesso denso di significato: la posizione del suo esecutivo si riassume in tre parole, "no alla guerra", un monito che richiama le grandi mobilitazioni pacifiste del passato. Il premier spagnolo, evitando accuratamente di cadere nella trappola di uno scontro personale, ha però voluto lanciare un avvertimento chiaro, utilizzando una metafora potente e diretta: non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le sue parole hanno riecheggiato nell’emiciclo e oltre i confini nazionali, soprattutto quando ha attinto alla memoria storica per mettere in guardia dagli errori che si rischiano di ripetere. Il riferimento, neppure troppo velato, è andato al 2003, all’alleanza di ferro tra George W. Bush, Tony Blair e l'allora presidente spagnolo José María Aznar, quella che passò alla storia come il "trio delle Azzorre". Un’alleanza che, come ha ricordato Sánchez, trascinò il mondo in un conflitto devastante, giustificato con la menzogna delle armi di distruzione di massa, e che in realtà produsse l’effetto contrario, scatenando una ondata di terrorismo jihadista e di insicurezza globale dalla quale l’Europa fatica ancora a riprendersi.

La smentita dopo l'annuncio della Casa Bianca

Il quadro si è fatto ancora più torbido nel corso della giornata di mercoledì, quando dalla Casa Bianca è arrivata una dichiarazione che ha gettato ulteriore benzina sul fuoco. La portavoce Karoline Leavitt, con una certa sicurezza, ha annunciato che la Spagna, dopo aver ascoltato il messaggio del presidente Trump "alto e forte", avrebbe accettato di cooperare con l'esercito statunitense. Una affermazione che, se confermata, avrebbe rappresentato una clamorosa marcia indietro da parte di Madrid, un dietrofront che avrebbe fatto apparire la precedente fermezza di Sánchez come una mera posa politica. E invece, a distanza di pochi minuti, è arrivata la doccia fredda per l’amministrazione americana: il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, è intervenuto in modo categorico per smentire quanto affermato da Leavitt, ribadendo che la posizione del governo non è cambiata "di una virgola" e che le basi spagnole, pur essendo soggette a un trattato bilaterale, restano sotto sovranità nazionale e non verranno impiegate in operazioni che esulano dal diritto internazionale. Una secca rettifica, quella di Albares, che ha messo in luce una evidente crepa comunicativa all’interno dell’asse atlantico e ha ristabilito la versione dei fatti secondo Madrid.

Un’Europa divisa e la scelta di campo spagnola

Sullo sfondo di questa disputa, che ha del resto il sapore di una prova di forza tra due concezioni opposte della politica estera e della legalità internazionale, si staglia un’Europa che fatica a trovare una voce univoca. Mentre leader come il primo ministro britannico Keir Starmer hanno preso le distanze dal conflitto, memori della lezione irachena, e mentre da Parigi è arrivata una telefonata di solidarietà da parte di Emmanuel Macron a Sánchez, il fronte dei fedelissimi a Trump, come il premier ungherese Viktor Orbán, continua a seguire una linea più accomodante. La scelta della Spagna, che pure ha ribadito la sua appartenenza alla Nato e il suo ruolo di partner affidabile, si configura quindi come una netta linea di demarcazione: non si tratta, come ha tenuto a precisare Sánchez, di schierarsi dalla parte degli ayatollah di Teheran, nessuno in Europa può essere accusato di farlo, ma di scegliere da che parte stare quando si parla di diritto internazionale e di principio di pace. Una posizione che, lungi dall'essere ingenua, si propone come una difesa della legalità contro l’unilateralismo e la legge del più forte, anche a costo di subire le ritorsioni economiche minacciate da Trump e dal suo segretario al Tesoro, Scott Bessent. Del resto, come ha ricordato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, qualsiasi minaccia rivolta a uno Stato membro è una minaccia all’intera Unione, chiamata ora a dimostrare compattezza di fronte a un alleato storico che sembra aver cambiato le regole del gioco.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.