Caso Hannoun, Piantedosi in Aula: "Capo di Hamas in Italia, Fondi Dirottati a Gaza"
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Redazione Interno
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In un’informativa parlamentare voluta a strettissimo giro dalla maggioranza, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricostruito i contorni dell’operazione che, lo scorso dicembre, ha portato all’arresto di sette persone e alla ricerca di altre due, tutte accusate di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Al centro delle indagini della procura di Genova e della direzione nazionale antimafia, coordinate su un piano internazionale, vi è la figura dell’imam di Genova, Mohammad Hannoun, cittadino giordano residente da anni in Italia. Il ministro, parlando senza mezzi termini, ha definito Hannoun “il capo della cellula italiana di Hamas”, specificando che il gruppo agiva dietro l’organizzazione di eventi religiosi e manifestazioni pubbolidi di solidarietà.
Il sistema di finanziamento e il ruolo chiave delle informazioni estere
Quelle iniziative, che in apparenza miravano a raccogliere fondi per la popolazione palestinese, nascondevano invece, secondo l’esposizione di Piantedosi, un meccanismo ben oliato di sostentamento economico alla struttura terroristica. I proventi, gestiti attraverso due associazioni specifiche, “venivano sistematicamente dirottati verso strutture di Gaza riconducibili appunto ad Hamas, per finalità di terrorismo”. Un’attività, ha sottolineato il ministro, che si avvaleva di referenti dislocati sul territorio nazionale e che evidenziava rapporti diretti degli arrestati con esponenti di spicco dell’organizzazione. Elementi decisivi per l’inchiesta sono giunti, come ha ampiamente ribadito Piantedosi, dalla cooperazione internazionale, con un contributo ritenuto “fondamentale” dalle forze dell’ordine di Francia, Germania, Spagna e Olanda. A spiccare, tuttavia, è stato il ruolo della struttura antiterrorismo di Israele, la quale nel giugno scorso ha trasmesso spontaneamente all’Italia un corpus di 266 documenti.
Le critiche alle opposizioni e la questione delle prove
Proprio su questo punto, il titolare del Viminale ha affrontato una questione delicata, riportando che nelle stesse comunicazioni israeliane si precisa come parte del materiale, raccolto “sul campo di battaglia”, non permetta di determinare con assoluta certezza “accuratezza e precisione”. Una precisazione tecnica che non ha minimamente scalfito, nel resoconto ministeriale, la solidità dell’impianto accusatorio. L’intervento in Aula, oltre a fornire i dettagli operativi, si è caratterizzato per un tono polemico verso le opposizioni, alle quali Piantedosi ha rimproverato di aver manifestato, in precedenza, una forma di vicinanza verso l’imam e gli indagati, in un momento in cui le indagini erano ancora in corso.
Il quadro giudiziario e l’impatto dell’operazione
L’informativa, giudicata da molti osservatori come irrituale per la sua tempistica ravvicinata all’udienza davanti al tribunale del Riesame, ha dunque tracciato un quadro giudiziario di notevole complessità. L’inchiesta sul cosiddetto caso Hannoun segna, a detta dello stesso ministro, una linea di demarcazione nella lotta al finanziamento del terrorismo in Italia, svelando un’articolazione fino a oggi sottovalutata. L’operazione dimostra come network apparentemente dedicati alla beneficenza possano essere utilizzati come canali opachi per supportare attività eversive all’estero, sfruttando la copertura della causa umanitaria. La vicenda rimane ora nelle mani della magistratura, che dovrà valutare gli elementi raccolti in un processo che si annuncia tra i più significativi degli ultimi anni in materia di sicurezza nazionale.




